giovedì 28 agosto 2008

"In Italia una democrazia capovolta" di Claudio Martelli

Giovedì 24 Luglio 2008 ore 10.22 - Claudio Martelli è stato un simbolo, uno degli alfieri, del socialismo riformista e liberale in Italia. Il Socialista Lab lo ha sentito sugli argomenti della attualità politica. (G. Amatruda – F. Anzano)


Onorevole, per tanti giovani socialisti rappresenta un mito, ma oggi cosa fa Claudio Martelli?

Di miti è meglio non coltivarne troppi perché, alla lunga, non reggono la prova della realtà. Oggi sono impegnato nel tentativo di scrivere un libro non solo di memorie, anche se sarà ricco dei vorticosi souvenir che segnano l’esperienza politica che ho vissuto. In effetti questi racconti già erano stati il nucleo di un programma radiofonico del 1992 in onda su Rai due, concentrato sulla fine della Repubblica. Una ricostruzione storica ma anche emotiva ed esistenziale che si dipana intorno al mio rapporto con Bettino Craxi, leader socialista e protagonista politico di un quindicennio. Il ‘92 è stato l’inizio della fine del Psi. E proprio scrivendo della fine mi è venuto naturale parlare del principio e dello svolgimento di una grande storia. Mentre la fine, con tutte le deformazioni ed i pregiudizi, è nota quello che è stato fatto prima sembra disperdersi, evaporare. C’è un lavorio della memoria, che non riguarda solo la vicenda dei socialisti, che tende a concentrarsi sulla fine.

Una abitudine dura a morire, anche vedendo le vicende di questi giorni

Si, è così. La vicenda di Del Turco di questi giorni mi colpisce per due aspetti: prima di tutto per il metodo, quello di sbattere qualcuno in galera, di isolarlo e mentre non può difendersi la sua immagine viene distrutta, pubblicando dell’interrogatorio del suo principale accusatore i particolari più sconvenienti, più sconcertanti. Una vicenda che rimanda alla fenomenologia atroce che abbiamo visto all’inizio degli anni novanta. La seconda cosa è che Ottaviano al momento dell’arresto ha cessato di essere un dirigente del Pd ed è tornato ad essere un ex del Psi. Ora nel PD si avverte qualche resipiscenza ma resta ancora attiva, per molti opinionisti e per certa sinistra, la “damnatio memoriae” del socialismo italiano.

Lei prima ha parlato di fine della Repubblica, non ha fatto cenno alla ‘Prima Repubblica’, è la Repubblica nella accezione più ampia del termine che non esiste più?

Quella che abitiamo oggi non è una repubblica, non è una democrazia, è un sistema capovolto. Se dovessimo rappresentare con una figura geometrica la democrazia, potremmo pensare ad una piramide. In tutte le democrazie, anche quelle che presentano più limiti, c’è una base di cittadini, di partiti, di corpi intermedi e poi un parlamento che elegge un vertice, un governo. La nostra, invece, è una piramide capovolta con un vertice che elegge la sua base. I parlamentari della Repubblica, tutti lo sanno ma nessuno lo ricorda, non sono eletti dal popolo ma nominati da Berlusconi e dalla Lega da una parte e da una ristrettissima oligarchia dall’altra parte. Da una parte, dunque, Berlusconi che definisce il suo sistema come “una monarchia anarchica” e dall’altra un sistema che si fonda sulla eterna durata degli stessi personaggi. D’Alema era già capogruppo del Pci vent’anni fa e Veltroni era direttore dell’Unità, e oggi ancora rappresentano l’alfa e l’omega del nuovo Partito Democratico. L’elemento fondamentale di una repubblica è il voto libero da condizionamenti. Oggi in Italia questo voto libero si dà solo in un punto, in un momento: quando si tratta di scegliere fra Berlusconi e Veltroni, come prima tra Berlusconi e Prodi e ancora prima fra Berlusconi e Rutelli. Questa è l’unica scelta che è rimasta all’elettore. Importante certo, ma la democrazia politica non si riduce a questo. Questo è tollerabile nelle democrazie nascenti, nello Zimbawe, nello Sri Lanka. Per il resto non si può dire che esistano partiti veri, sicuramente, se esistono, sono non democratici, a destra come a sinistra. Sono partiti carismatici che si basano sul rapporto fra un leader e le masse trasformate in pubblico, sono chiamate ad applaudire.

Non c’è più una base di iscritti, di militanti che abbiano conoscenza, coscienza e capacità decisionale. Anche a livello locale le nomine avvengono per designazione dall’ alto, non esistono elezioni primarie istituite per legge ovvero regolamenti che stabiliscono in che modo si forma la volontà di un partito ed il suo gruppo dirigente.

Non esiste più il voto di preferenza e non c’è più la competizione tipica del sistema uninominale maggioritario dell’ uno contro uno. Ci sono liste bloccate di partiti non democratici i cui dirigenti sono nominati dall’alto. Siamo in una condizione di assoluta a-nomalia democratica nel senso letterale di assenza di regole democratiche. Ma c’è un altro aspetto che aggrava questa a situazione. Secondo uno dei più grandi filosofi politici viventi, l’indiano Amartyia Senn, l’essenza di un sistema democratico, che non è solo nell’appannaggio della concezione occidentale, è l’esistenza di una discussione pubblica libera. In Italia c’è una discussione pubblica libera? Secondo me no. Ovviamente non mi riferisco alla possibilità di chiacchierare al bar o in tram. Questa libertà c’è, ma c’era anche col fascismo. Mi riferisco alla libertà di informazione e di espressione. E qui casca l’asino. La libertà pubblica non è garantita perché i media, giornali e tv, o sono posseduti da poteri economici o sono politicamente ed ideologicamente schierati. E per lo più sono tutte e due le cose contemporaneamente. Questa situazione spiega, d’altra parte, il sorgere delle proteste gridate: quando manca la possibilità di discutere si finisce per urlare o ci si rifugia nell’apatia. In Italia ci sono l’apatia e l’urlo perché non c’è una discussione pubblica libera, perché la democrazia è commissariata.

E’ necessario quindi invertire la rotta, secondo lei?

Guardo con grande preoccupazione alla crisi economica, la più grave degli ultimi trenta anni. L’assenza di vita democratica e la crisi economica e sociale possono essere foriere di rischi maggiori. Tremonti ha parlato di rischio del fascismo, qualcuno a sinistra pensa che quel rischio è rappresentato da Berlusconi e non vede che libertà e di democrazia latitano anche in questa sinistra senza popolo. Sì, condivido la preoccupazione che un fascismo possa rinascere in questa crisi democratica a causa della crisi economica. E certo non aiuta di continuare ad ingigantire il tema dell’insicurezza della vita urbana o di dare risposte solo guardando alla parte più estrema del proprio elettorato come fa la Lega.

In che senso?

Faccio l’esempio delle impronte ai bambini rom perché è la conferma della cattiva politica. La lega ha preso l’impegno con gli elettori di essere dura con i clandestini ed ha iniziato una crociata ideologica. Bene, ma c’era proprio bisogno di lanciare la crociata sulle impronte ai bambini rom? Bisogna aspettare l’ondata di sdegno soprattutto internazionale per decidere che le impronte bisognerà prenderle a tutti, anche agli italiani? Un Ministro degli interni che avesse voluto risolvere il problema dell’identificazione dei rom seriamente, concretamente, sarebbe andato davanti ad una telecamera per farsi raccogliere, lui per primo, le impronte digitali. Tutto, dopo, sarebbe risultato più naturale, se, invece, tu Ministro parti dai bambini rom fai una cosa ingiusta e vai a sbattere. Poi per rimediare prometti di dare a tutti i bambini rom la cittadinanza italiana. Altro errore! Perché solo ai bambini rom e non a tutti i nati in Italia come recitano tutte le costituzioni moderne da quella americana a quella francese. Intanto l’unico risultato è un’ulteriore delegittimazione della politica. Non si governa un grande paese con gli atteggiamenti muscolari, gli insulti alla nazione buoni per vellicare la parte più aggressiva e più sprovveduta del proprio elettorato. La lega può prendere il 20 al nord ma non sarà capace di governare se mantiene questa linea di durezza. Bisognerà capire, poi, anche cos’è questo federalismo fiscale. Non riesco a capire a quale modello ci si ispiri. Il modello svizzero, quello americano ed il tedesco, dove ci sono buoni risultati, sono profondamente diversi dalle logiche che emergono nella politica italiana. Il federalismo, è bene ricordarlo, nasce dal basso per unire, federare in latino significa unire non dividere, disarticolare, smembrare.

La XVI legislatura è partita sotto i buon auspici del dialogo tra maggioranza ed opposizione.

Questo proposito però è fallito in tempi brevi, era solo il libro delle buone intenzioni o ci sono emergenze così gravi, come la giustizia, per le quali partendo da diverse sensibilità è difficile costruire dialogo?

Il dialogo è andato a sbattere proprio sulla questione giustizia. Esiste nel Paese una questione irrisolta. Il Pd non riesce a dissociarsi, non tanto da Di Pietro, ma dalle procure soprattutto da quelle che hanno in odio Berlusconi. Per esempio da quella di Napoli. Una procura vistosamente incompetente a giudicare le ultime vicende di Berlusconi perché c’era un manifesto difetto di giurisdizione. Cosa c’entra Napoli con un reato compiuto tra Roma e Milano? Poi ancora come si fa a sostenere ciecamente la magistratura nel caso Mills, a non prendere le distanze da questa vicenda? Leggo cose che fanno a pugni con il buon senso. Un giudice fa dichiarazioni pubbliche contro il politico Berlusconi però darebbe garanzie di imparzialità contro l’imputato Berlusconi. Ancora, non capisco come si possa avvallare pedissequamente una accusa in cui l’imputato avrebbe corrotto il proprio avvocato? Ma all’avvocato non si pagano le parcelle? E com’è che questo Mills un giono è coimputato e un giorno è un testimone suscettibile di accusa di falsa testimonianza?

La sinistra farebbe bene a dissociarsi da queste cose come farebbe bene a dissociarsi da forme plateali di utilizzo della carcerazione preventiva, come è capitato per il caso Del Turco. Tra l’altro questa strategia, che sposa ad occhi bendati le mattane di certi pm, non paga né politicamente – già dimenticate le dimissioni del ministro Mastella? – tanto meno elettoralmente. Berlusconi adesso sembra determinato a produrre una grande riforma del sistema giustizia ma anche lui non può pensare di riformare la giustizia affidandosi ai suoi avvocati legislatori. Gli avvocati legislatori sono pessimi legislatori non so quanto siano buoni avvocati. L’idea di due categorie di processi, a secondo degli anni di pena da scontare per un determinato reato, è un mostro giuridico che non ha nessuna cittadinanza in alcuna parte del mondo ed è in totale contraddizione con la sicurezza promessa ai cittadini. Abbandonata con perdite questa idea disastrosa si è scelta la strada dell’immunità per le quattro più alte cariche dello Stato. Secondo quale logica? Perché non si è pensato, se è giusto il principio di tutelare la funzione di governo, di estenderla a tutti i Ministri e se è giusta l’esigenza di tutelare i presidenti della Camera e del Senato di estenderla a tutti i deputati e a tutti i senatori? Credo che il ritorno alla Costituzione del ’48, il ritorno alla immunità parlamentare, così come l’avevano pensata i padri costituenti sia necessaria. In questi anni si è creato uno squilibro. I casi sono due: si può ristabilire l’equilibrio tagliando le unghie all’irresponsabilità e alla politicizzazione di certa magistratura o ristabilendo nuovamente l’immunità parlamentare abrogata nel ‘93 in pieno furore giustizialista..

La novità però sembra essere data dalla ricerca di raggiungere il bipartitismo. Una risposta alla richiesta di semplificazione che chiedevano gli elettori?

In questo parlamento ci sono altre formazioni oltre a Pd e Pdl che con loro liste hanno eletto parlamentari: c’è la Lega, l’ Idv, Udc e l’ Mpa: non c’è un bipartitismo perfetto e non credo ci sarà nel prossimo futuro. Il Pd ed il Pdl hanno avuto la capacità machiavellica, per via elettorale e politica, di abolire tutti gli altri partiti senza toccare la legge vigente. Credo che gli altri partiti si organizzeranno anche alla luce del malcontento che esiste. Il 90 per cento degli italiani ha perso il 15 % del proprio reddito negli ultimi anni, e continua a impoverirsi. A questo ed alle preoccupazioni che ne nascono bisognerà dare delle risposte. Nessuno ha cominciato a farlo.

I temi cari agli italiani oggi sono la sicurezza e la lotta all’immigrazione clandestina, come si sta muovendo il Governo?

C’è un piano per aggredire camorra o la ndrangheta come io feci con la mafia negli anni novanta? Io non lo vedo. Lo feci anche con immigrati con una legge che da alcuni fu considerata troppo generosa mentre era una legge seria e severa. Da allora i principi sono sempre gli stessi: può venire nel nostro Paese chi ha un lavoro ed una casa. Negli anni sono cambiati anche i flussi migratori, ma con la mia legge le cose andavano meglio.

Nei dieci anni in cui è stata in vigore gli immigrati regolari sono aumentati di 350mila unità, era dunque un provvedimento severo che conteneva e regolava i flussi migratori. Dal 1998 al 2008 abbiamo avuto la legge Turco-Napolitano, la Bossi Fini, i pasticci di Amato e Ferrero e poi ancora la Bossi Fini: quattro leggi che hanno fatto passare gli immigrati da 1.350.000 a quasi 4 milioni. Questa è una verità che nessuno racconta perché nessuno riconosce che l’inesperienza, le pretese di generosità dei Turco e dei Ferrero o la faccia feroce della Bossi Fini non hanno cambiato una virgola. Il problema è di gestione, di amministrazione se si fanno le leggi ma nessuno riesce a gestire le situazioni non cambierà nulla. Anche qui conta l’esempio. Nel 1991 arrivarono in Italia circa ventimila albanesi a Brindisi e Bari, li identificammo tutti e li facemmo ritornare, in poche settimane, nel loro Paese. Adesso assistiamo al dibattito sul reato di clandestinità. Introducendo i reati la situazione si complica, si ingarbuglia di più, è evidente. Non potrebbero valere regole diverse ed allora i tre gradi di giudizio necessari per perseguire anche questo nuovo reato creerebbero solo problemi. Perché a destra ed a sinistra non vogliono capire cosa è l’espulsione? E’ una misura amministrativa e tale deve rimanere. Che differenza c’è in termini di diritto se un clandestino è respinto alla frontiera o dopo quando è già entrato nel territorio dello stato? Nessuna! E allora perché nel primo caso basta la polizia e nel secondo bisogna instaurare un processo?

Onorevole Martelli lei è stato uno dei padri del riformismo socialista. Cosa è oggi il riformismo, è ancora attuale?

La parola riformismo significa tutto ed il contrario di tutto ormai. La natura del riformismo socialista storicamente aveva una doppia essenza: a destra si opponeva ai moderati ed ai conservatori e a sinistra ai massimalisti e ai rivoluzionari. Il riformismo era l’idea di un cambiamento che assorbisse in sé le ragioni e le istanze di natura rivoluzionaria graduandole con le compatibilità di governo del sistema: di questo non vedo traccia. L’ultima ventata riformista in Italia è stata la nostra, quella degli anni ottanta, con Bettino Craxi e il gruppo dirigente del PSI. In Europa gli esempi più freschi sono quelli di Blair e di Zapatero. Quella di Blair è stata fondamentalmente una umanizzazione della rivoluzione thatcheriana, una correzione solidale e compassionevole dei suoi eccessi. Il Primo Ministro britannico lavorava sulla base di una rivoluzione liberista, restauratrice, capitalista, Blair l’ ha moderata nel senso della ‘compassion’, compassione che in inglese ha però un altro significato, è il senso di una attitudine benevolente verso in prossimo, in italiano si traduce con solidarietà. Zapatero non ha manifestato il suo riformismo sul terreno economico, dove ha lasciato intatto il lascito di Aznar che a sua volta aveva ereditato il pragmatismo di Felipe Gonzales. Il riformismo di Zapatero è di natura civile riguarda i diritti individuali, segna una svolta culturale, si manifesta con un’esplosione di libertà. Fa discutere, fa pensare, ha aperto le menti ed ha risposto ad una attesa del popolo spagnolo. La Spagna si è scrollata di dosso una tradizione pesante, eccessiva in tanti campi, dai diritti sessuali alla libertà nella ricerca scientifica.

Il Socialismo oggi. La ricerca di identità cercata seguendo diverse scelte. Il Pdl, l’autonomia che diventa isolazionismo, la vecchia sinistra. La diaspora non avrà mai fine? Come si immagina un futuro per i socialisti?

La storia è stata derisoria con i socialisti. Ma ormai le responsabilità maggiori del disastro non si possono imputare, dopo 15 anni, ancora a ‘mani pulite’ ed alla persecuzione giudiziaria. Quello è stato un colpo micidiale, perché in politica l’attacco morale ti taglia le gambe equivale a un colpo sotto la cintola nel pugilato. Però c’è stato il tempo di un recupero e questo tempo è stato sprecato. Io ho predicato invano per dieci anni, prima da cittadino e poi nel Parlamento Europeo, l’unificazione dei socialisti in una posizione scomoda, ma l’unica possibile, che è quella autonoma dai due blocchi. Certo potevi non essere eletto per un turno però si sarebbe preservato un nucleo politico identitario che avrebbe poi trovato anche il suo spazio elettorale. Nencini mi sembra stia facendo lo stesso errore di sempre. Guarda non agli elettori ma ai pochi eletti, vive la necessità di conservare e preservare prima di tutto i consiglieri e gli assessori e annuncia già che si vuole alleare con il Pd alle prossime europee: è un percorso a termine che non può esaltare nessuno.

Claudio Signorile, qualche anno fa, aveva inventato una formula intelligente, disse ‘il socialismo è una civilizzazione, una cultura’, non ha più importanza che sia identificato in un partito, l’importanza è che resti la cultura e si sviluppi, si coltivi (ndr è questo d’altra parte lo spirito dell’appello de Il Lab che riproponiamo). Però qualche soggetto dovrebbe esserci, magari non uno solo.

Anche in vista delle elezioni europee i socialisti non trovano facile collocazione. Il Pd, ad esempio, non riesce a proiettare la sua esperienza. Lei, già molti anni fa, penso si dovessero superare i confini della tradizione socialista.

Ai miei tempi io cercavo una via che potesse allargare i confini della tradizione socialista e comprendere in una prospettiva, un contenitore (si direbbe oggi e la parola non mi piace), i laici, i socialisti ed offrire una sponda alla evoluzione del Pci. Craxi mi disse che una prospettiva tanto importante la si poteva sviluppare solo a livello internazionale. Fu lui a interrogare l’Internazionale Socialista, perchè valutasse l’ipotesi di trasformare l’internazionale socialista in internazionale democratica per aprirla ai democratici americani, alle forze progressiste nel mondo? L’eurosocialismo rispose no, non se ne fece nulla e Craxi rifluì anche in Italia sull’idea dell’ unità socialista con il PSDI subito con il PCI in un vago domani. Di tutto questo non c’è più traccia nella discussione attuale. Nel Pd questa prospettiva è stata sacrificata alla fusione con una parte minoritaria del vecchio mondo democristiano e anche questa fusione traballa. E’ giusto dire che anche il contesto è completamente diverso: allora laici e sinistra sfioravano il 50%, ora arrivano al 32 con i cattolici di sinistra. Dove sono finiti gli elettori socialisti? Evidentemente c’è una questione pregiudiziale che resta a fare da spartiacque. C’è un’ astuzia non della ragione ma della morale. Ieri la questione morale agitata dal PCI tributario di mani pulite ha abbattuto il PSI, oggi la questione morale vieta ai socialisti di ricongiungersi con gli ex comunisti. L’abbattimento totale del giustizialismo è una delle priorità per tornare a parlare alla comunità socialista e laica. Su questo muro sono andati a sbattere anche i socialisti, prima perchè ne sono stati vittime e poi perchè i tentativi di ripiantare il socialismo a sinistra sono falliti non riuscendo a riconquistare i loro elettori. Un problema diverso ma non minore c’è anche a destra. A destra gli ex socialisti sono costretti all’alleanza con ex fascisti e leghisti e devono coltivare la speranza diventare tutti popolari europei, insomma, di “morire democristiani”. Nel governo di centrodestra ci possono essere individualità notevoli come lo sono i ministri Tremonti, Sacconi, Brunetta e Frattini: hanno geni socialisti, ma sono singoli, non fanno gruppo, non fanno nemmeno tendenza. A destra un partito socialista non ci può stare. Ci può stare un capo ex socialista ma dev’essere un Mussolini, deve comandare tutta la nazione.

Si può immaginare un dopo-Berlusconi? Un suo delfino?

Se Berlusconi non si pone il problema adesso che ha tempo per riflettere e preparare il dopo se lo dovrà porre poi in fretta e furia. Se non fa nulla assisteremo ad una implosione del sistema che ha costruito.

fonte: http://ecodellavocedelsilenzio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=1999595

lunedì 25 agosto 2008

Lanfranco Turci per “Le nuove ragioni del socialismo”agosto 2008

Anche al netto della cinica utilizzazione della legge elettorale in chiave bipartitica, non vi è alcun dubbio che l’ipotesi di Costituente socialista come lancio di un Partito socialista a vocazione maggioritaria sia definitivamente naufragata il 13 e 14 aprile. Né il successivo congresso costitutivo del Ps è riuscito ad andare oltre una certa dialettica fra il continuismo del corpo burocratico del vecchio SDI(riconfermatosi maggioritario) e altre anime insofferenti del vecchio andazzo,più marcatamente autonomiste nei confronti del PD e innervate da una cultura liberalsocialista,quasi del tutto assente nello SDI degli ultimi anni e presente in modo erratico negli ex DS confluiti nel PD.Dunque siamo ancora a misurarci con il che fare,mentre l’avvicinarsi delle elezioni europee e amministrative fanno precipitare i tempi delle decisioni che non potranno essere assunte come se il PS fosse il robusto erede del vecchio PSI , ma dovranno guardare all’ intero arco terremotato della sinistra ed in particolare misurarsi con l’anomalia europea del PD e il suo evidente impasse attuale.Come e se il PD uscirà da questa situazione è l’interrogativo che condiziona l’azione di tutti i soggetti della sinistra :dal PS alla Sinistra Democratica,dai radicali e i liberaldemocratici fino all’ala revisionista dei comunisti e a quella più di governo degli ambientalisti.Il baricentro della crisi è dunque nel PD,che per un verso si è costituito come un partito non socialista,ma per l’altro impedisce la costituzione di un consistente partito del socialismo europeo..Di fronte a questo dilemma c’è una lettura che vede il PD come un edificio costruito contro la legge di gravità,perché privo di una cultura politica unificante.Da qui l’idea che l’assetto della sinistra italiana sia tutt’altro che stabilizzato e che la faglia che attraversa il PD possa fare emergere una ricomposizione delle forze riformiste di sinistra attorno a un progetto socialista ,auspicabilmente liberalsocialista, capace di coniugare in modo aggiornato libertà e giustizia sociale,merito e solidarietà,rinnovamento della politica e responsabilità.Se si pensa che questa crisi possa svilupparsi in tempi brevi e anche in modo traumatico (la collocazione nel Parlamento europeo?la scelte di politica bioetica?le politiche di modernizzazione della scuola e della P.A?le politiche del lavoro alla Ichino?il federalismo fiscale e la lotta alla politica clientelare?)allora si giustifica una netta collocazione all’esterno del PD,con l’obiettivo di accentuarne le contraddizioni e di sparigliare i suoi rapporti con l’UDC e con il governo attraverso un autonomismo corsaro e disinibito.Questa è la posizione sostenuta dalla mozione di minoranza del congresso di Montecatini.Una mozione consapevole delle limitate forze del PSe che perciò non ha mai proposto il PS come il baricentro,bensì come lievito e sollecitazione di questo processo.In coerenza con questa prospettiva le scelte elettorali non potrebbero che escludere una eventuale ospitalità nelle liste europee del PD,a meno di una sua esplicita opzione per il PSE.Così pure si dovrebbe optare per una piena libertà dal vincolo di alleanza col PD in quelle amministrazioni locali dove più si avverte il peso di gestioni inadeguate,o autoreferenziali o compromesse coi poteri forti del territorio privilegiando in alternativa alleanze e liste autonome con altre formazioni di sinistra e civiche locali, per tentare di modificare gli equilibri esistenti e indurre nuove dinamiche nello stesso PD.Esiste ovviamente una soluzione alternativa per i socialisti , se si pensa, legittimamente,che il PD sia tuttora una sorta di arcipelago mobile,il cui disegno è ancora in via di definizione,con una dinamica aperta in più direzioni:da un moderno partito di centro che guarda a sinistra fino a un partito a prevalenza e a direzione socialista.In quest’ottica si giustificherebbe una opzione strategica di adesione al PD,insieme ad altre forze di sinistra laiche e liberali ,con l’esplicito appello a una comune battaglia politica a tutte le componenti che nel PD non si accontentano della mitica Isidora di Veltroni,né della Cosa 3 cui sembra guardare D’Alema e neppure vogliono tornare al bipolarismo coatto cui anche lo SDI è rimasto troppo a lungo legato. In questa prospettiva le scelte elettorali del PS si dovrebbero orientare in altra direzione chiedendo l’ospitalità nelle liste europee del PD e accordi generalizzati con quel partito nelle amministrative.Questa sembra nei fatti essere proprio la direzione elettorale cui si sta orientando la maggioranza del PS. .Ma se davvero vuole seguire questa strada il PS dovrebbe dare una dignità strategica a questa scelta, andando oltre le ambiguità della mozione di maggioranza,che si è limitata a ribadire al recente congresso di Montecatini l’autonomia del PS,salvo proporne il ruolo di alleato speciale del PD,una volta che questi si sia liberato dei condizionamenti di Di Pietro.Troppo poco per definire una strategia e una vera ragion d’essere.Troppo poco per non pensare a una ennesima manovra di sopravvivenza,a una ennesima variante delle tattiche usate dallo SDI negli anni passati per contrattare lo spazio della sua piccola frazione di ceto politico-amministrativo, identificata sotto la bandiera socialista,ma rinunciataria sul piano delle idee e della strategia politica e perfettamente omologata alla prassi che ha alimentato l’antipolitica e le polemiche sulla “casta”.Chi intende scegliere questo corno del dilemma ha il dovere di esplicitarlo e di spiegare perché e a quali condizioni vale la pena di rimescolare le ultime carte socialiste nell’arcipelago PD,cercando dichiaratamente le affinità politico culturali e le condizioni statutarie e organizzative che consentano di spostare gli equilibri in quel partito e di giocarvi un vero ruolo politico.Insomma bisogna avere l’ambizione di investire politicamente le residue risorse socialiste in una direzione o in un’altra, senza indulgere alla tentazione di far sopravvivere il poco rimasto sotto il manto consolatorio del rimpianto per tempi che non torneranno mai più.

Etica e politica: dopo la votazione in Parlamento i laici, gli integralisti e i fuggitivi.

Oggi, e le votazioni in Parlamento sul caso Englaro lo dimostrano, i partiti stanno diventando, quasi tutti per la verità, esclusivamente contenitori elettorali. Partono dal presupposto che ciò che conta è aggregare consensi, non importa come, e competere per la guida del Paese. Questo è certo facilitato da una legge elettorale che unisce sbarramento e premio di maggioranza, cosa che rappresenta un‘anomalia italiana, l’ennesima. Ma non c’è dubbio che l’idea che i partiti non debbano più rappresentare visioni di società è passata come un approdo di modernità e di rinnovamento. In fondo, si dice, sono morte le ideologie, e allora perché dividerci ancora con parametri del passato? E qui si commette un grande errore, un errore di confusione che purtroppo ci viene continuamente propinato. Sono morte le ideologie, ma non le idee, e neppure le identità. Oggi è giusto che non esistano più partiti ideologici (a parte il fatto che il Pdci che vuole la Costituente comunista e usa il centralismo democratico e si vanta di ispirarsi al marxismo-leninismo, nonchè l’ultima versione di Rifondazione con il nuovo segretario Ferrero che non vuole, contrariamente a Vendola e a Bertinotti, superare il comunismo, lo sono ancora, eccome). Ma il dramma è che sono stati formati, e questo solo in Italia, nell’epoca post-ideologica, partiti senza identità. Solo in Italia la fine delle grandi contrapposizioni ideologiche ha segnato anche la fine delle identità politiche. Il Popolo delle libertà, sul conflitto di attribuzioni con la Cassazione, che aveva accolto il ricorso avanzato dal padre di Eluana, ha votato in larga parte a favore, non smentendo così la sua vocazione prevalentemente integralista e antiliberale (compreso, dispiace dirlo, ma è così, il suo capogruppo Fabrizio Cicchitto), mentre il Partito democratico è uscito dall’aula per non dividersi tra l’area laica e quella integralista. Parlo di laici e di integralisti e non di laici e di cattolici. Si può infatti essere cattolici e anche laici (come la maggior parte di coloro che ha votato a favore delle leggi sul divorzio nel 1974 e dell’aborto nel 1981) e si può anche essere non cattolici e integralisti. E non parlo solo di esponenti di altre religioni, è ovvio, ma anche di non credenti che si ispirano ad ideologie totalitarie e illiberali. C’è una forma di integralismo insopportabile nelle decisioni del governo cinese di imporre l’aborto per calmierare le nascite. La laicità è libertà e rispetto di tutte le idee e le convinzioni religiose ed etiche su valori non comunemente accettati. Voglio dire che si può non essere “relativisti etici” se di deve scegliere tra “l’ammazzare e il non ammazzare”, dunque, diciamo, tra l’etica di Osama Bin Laden e quella di Gandhi. Ma si deve essere a favore del rispetto etico sulle questioni non comunemente accettate, e che si riferiscono a valori imposti dalla fede o dalle fedi: la natura umana o meno dell’embrione, se la vita appartenga a noi o a un‘entità superiore, il valore, per la coppia, del contratto matrimoniale, la pratica o meno dell’omosessualità, per non parlare della scelta tra feto e madre o della indissolubilità del matrimonio. Ebbene, su questa questione che è centrale anche oggi, e le vicende della libertà della ricerca scientifica, assieme alle nuove scoperte, porteranno sempre più a discutere di tutto questo, in Italia vi sono o partiti lacerati che non possono esprimersi o partiti divisi al loro interno.
Ma la politica cos’è? Sono diventato socialista perché mi consideravo di sinistra, ma non accettavo la mancanza di libertà del comunismo. E anche sui diritti civili ho sposato appieno le posizioni di Loris Fortuna che ho conosciuto e stimato. Fortuna era un autonomista come Bettino Craxi e tra le libertà che ci separavano dai comunisti c’era anche questa: quella di poter divorziare, quella di permettere di abortire per salvare la vita di una donna esposta al rito degli aborti clandestini, quella di potere decidere anche della propria morte, senza che un tribunale di impietosi giudici decidesse della nostra vita, uccidendo anche la volontà di ognuno di noi. I comunisti tentennavano, noi e i radicali eravamo in prima fila. La grande battaglia contro le superstizioni, che conducemmo assieme a Marco Pannella in particolare, fanno parte del nostro miglior patrimonio. Erano le battaglie di un Psi, che era anche un partito di cattolici, ma non rinunciava alla sua laicità. E i cattolici che vi aderivano lo facevano proprio per questo: perché si consideravano cattolici liberali. La stessa cosa non si può dire del Pd. Anche il Pd è un partito composto da cattolici e da non cattolici. Ma sulle decisioni importanti non trova una posizione, se non la mediazione. E la mediazione dei principi è impossibile.
Se non fuggendo, appunto, e lavandosene le mani come Ponzio Pilato.

I socialisti liberali si allargano e aprono alla giunta della Cdl

I socialisti liberali si allargano e aprono alla giunta della Cdl
Messaggero Veneto — 24 agosto 2008 pagina 06 sezione: REGIONE

UDINE. Il gruppo dei socialisti liberali friulani ai allarga e apre alla giunta Tondo e al Pdl. Il gruppo, che durante l’ultimo congresso provinciale del Ps ha presentato un documento di Enrico Bulfone per la costituzione di una forza autonoma si allarga a nuovi esponenti riuniti a Udine per valutare la situazione politica. Espresso un giudizio positivo sulle prime iniziative dei Ministri Brunetta e Sacconi e sulle iniziative del presidente Tondo che ha come primo atto soppresso alcune direzioni regionale ed in particolare quella della “Comunicazione”. Sono intervenuti gli ex segretari socialisti Gianfranco Trombetta di Gorizia, Alessandro Perelli di Trieste, Moreno Pilosio di Udine, alcuni amministratori locali tra cui i Sindaci di Tolmezzo e San Quirino, Cuzzi e Della Mattia. Altri contributi sono stati proposti da Enore Casanova, Nino Orlandi, Daniele Mazzega, Luca Tavano, Gianfranco Compagnon, Alessia Cisilino, di Udine e da Guerriero e D’Amore di Trieste.

venerdì 8 agosto 2008

Le ragioni socialiste nell'Italia e in regione di FRANCO GIUNCHI

Il Messaggero Veneto — 04 agosto 2008 pagina 13 sezione: PORDENONE

Si è ricostituito il Partito socialista, con lo svolgimento dei relativi congressi, a livello nazionale e locale. Qualcuno forse si chiederà se questo partito ha ragione d’essere, dopo la débâcle elettorale, che ha travolto il centro-sinistra e fatto scomparire i partiti minori, in un momento in cui l’elettorato preme per la semplificazione del quadro politico e non sostiene battaglie puramente identitarie. Al di là dell’ovvia considerazione che la possibilità delle minoranze di essere rappresentate è uno dei cardini della democrazia rappresentativa, il pensiero politico socialista ha una sua peculiarità, in sé e per sé fortemente sentita – anche se non articolata nei contenuti – da molti, che continuano a definirsi socialisti, anche stando al di fuori del Partito socialista e magari albergando in partiti più strutturati, dal Pd a Forza Italia, in sede nazionale e locale, con incarichi di notevole rilievo. È questa peculiarità, che nei propositi ideali dei suoi sostenitori si caratterizza per la difesa della dignità umana di fronte ai più forti e della stessa comunità (di qui la dizione socialismo liberale), e l’attualità della medesima che ne legittimano l’esistenza, al di là di un passato di oltre centodieci anni di storia di battaglie per la libertà e la giustizia (non parliamo di un partito personale o a tema) al di là del fatto che in tutta Europa i progressisti si ritrovano nel Pse, cioè nel Partito socialista europeo. Se nel nostro paese così non è e il Pd di recente costituzione non riesce a definire una propria identità e a far decollare i riformisti ciò è dovuto proprio all’assenza nel suo ambito di un significativo spazio per la cultura politica socialista, che nei decenni passati ha dato un forte contributo al rinnovamento del paese. Potremmo dire, citando una canzone di Guccini, che il Pd è molto ma non è abbastanza, occorre un nuovo e più ampio polo riformista, capace di un’opposizione costruttiva e propositiva.Se Brunetta, Sacconi o Tondo assumono delle iniziative positive, inutile sostenere il contrario, l’opposizione si deve concretizzare in proposte alternative; v’è tutta una serie di temi che questa maggioranza non considera in alcun modo e su cui la sinistra può dare battaglia. Si noti che nessuno parla più della riduzione dei costi della politica (del numero dei parlamentari e delle prebende agli stessi e ad altri riconosciute post mandato), men che meno si parla di diritti civili, della tutela delle coppie di fatto, del testamento biologico, della semplificazione della costosa procedura di divorzio, eppure i diritti civili (vedi la Spagna) sono motore del rinnovamento della società anche in altri campi, si parla di giustizia, per i problemi del Cavaliere, non della divisione delle carriere, che renderebbe per tutti più equo il processo penale, ci si preoccupa della crisi della nostra economia, che è strettamente legata al problema dell’energia, ma non si pensa a un piano energetico che tenga conto della realtà, solare e fotovoltaico non possono decollare finché gli impianti costano così cari, si parla di ritorno al nucleare, ma non si dice di che tipo e i tempi per ottenere l’autorizzazione all’apertura di una centrale idroelettrica a caduta restano biblici, in materia di lavoro flessibilità e precarietà, al di là delle parole, sono diventate l’una il risvolto dell’altra, ha ragione il professor Ichino, occorrerebbe una semplificazione, un unico rapporto di lavoro subordinato, a termine o a tempo indeterminato, accompagnata dalla rivisitazione di certe garanzie di stabilità che sono purtroppo fuori del tempo e puntare alla creazione di uno Stato sociale di terza generazione, sostenibile e rapportato alle nuove esigenze di sostegno. Nella nostra regione si apre la questione dell’Università di Udine, su cui si deve essere estremamente fermi, si tratta di una conquista per il nostro territorio sulla quale non si deve tornare indietro, uno strumento per lo sviluppo del Friuli, che deve restare in mano pubblica.* Segretario regionale del Partito socialista