Messaggero Veneto — 27 gennaio 2009 pagina 23
Mai come negli ultimi tempi abbiamo sentito tante volte l’espressione diritti umani sulla bocca di esponenti delle gerarchie vaticane. Dal caso Englaro alla depenalizzazione dell’omosessualità ai 60 anni della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo non c’è stato un solo giorno in cui non abbiamo sentito un richiamo al primato della morale (cattolica) travestito con gli abiti, laicamente più comodi, del diritto naturale. Ora il problema è che questo abito apparentemente comodo è una camicia di Nesso. Con l’espressione “diritto naturale” non ci si riferisce di certo a quello a cui si riferiva Grozio. Non si tratta, infatti, di argomentazioni basate sulla ragione, bensì dell’applicazione normativa della morale cattolica. Oppure, i principi del cattolicesimo si possono discutere? In tal caso non sarebbero più dei principi. La Chiesa cattolica è espressione di verità oppure è un’opinione? Può essere posta in discussione? Senza dubbio ci troviamo nel primo caso, ossia nell’ambito della “verità”. Diversamente, dovremmo poter immaginare un Papa che cambia idea sulle unioni omosessuali, sulla legge sul divorzio, riguardo alla legge sull’aborto, sul controllo delle nascite eccetera. In questo senso le religioni dogmatiche sono conservatrici per definizione: non vi può essere un Papa “progressista” poiché non può porre in discussione principi che non dipendono da lui. A prescindere dall’essere favorevoli o contrari su queste o altre questioni, un laico non deve rispondere a problemi in base a una ricerca della giusta interpretazione di un dogma, ma ragionare sulla bontà o meno di un’idea in quanto tale. Essere laici implica il circoscrivere la propria fede a un fatto di coscienza individuale; essere laici significa cercare di risolvere problemi tentando di concepire la migliore legge possibile in funzione della collettività e non di imporre la propria fede in funzione di un dogma (indiscutibile in quanto tale) sugli altri. Ciò non equivale a un “relativismo” spicciolo, dove ogni opinione è uguale a un’altra, ci si pone invece nella condizione di pensare leggi in grado di rispondere a una data esigenza, al fine di regolamentare al meglio la vita di una comunità di individui. Per far questo non è necessario fondare un’etica. Con questo non vogliamo dire che la Chiesa cattolica debba tacere su aspetti della vita considerati fondamentali per la propria missione salvifica, anzi, la possibilità di esprimersi su diverse tematiche è parte integrante del gioco democratico. Eppure, sembra che manifestare una posizione contraria a quella della Chiesa cattolica per molti politici – anche di sinistra – significhi esporsi a un costo intollerabile in termini di perdita di consenso. Perciò, tra battersi per il rispetto della dignità della persona (quali la cessazione delle cure di fine vita, l’abolizione della pena di morte per gli omosessuali nel mondo, l’estensione del matrimonio alle persone dello stesso sesso) e il consenso sarà più saggio e conveniente – a loro giudizio – scegliere il secondo. La seconda spiegazione (meno evidente) è che nel nostro paese abbiamo da sempre delegato alla Chiesa cattolica il campo dell’etica, come se fosse una sua prerogativa esclusiva. All’attuale Pontefice – che tanto bene conosce l’Italia – ciò è chiarissimo, al punto da aver ribadito non solo che la divisione tra Stato e Chiesa (bontà sua!) è giusta, ma che a quest’ultima spetta un primato sull’etica. Insomma, un’etica laica sembrerebbe non esistere. Ora, mentre la prima spiegazione, purtroppo, si lega a uno scarso senso delle istituzioni da parte della classe dirigente politica italiana, la seconda spiegazione è assolutamente inconsistente dal punto di vista giuridico. Non si vuole qui sostenere che un ordinamento giuridico sia insensibile a scelte valoriali, il punto è che tali scelte sono state compiute dal legislatore costituente e vanno via via tradotte in norme e prassi interpretative che seguano questa unica direzione: il rispetto del diritto di ciascuno a realizzare se stesso (art. 2 della Costituzione) autodeterminandosi nelle proprie scelte di vita (art. 13 Costituzione). Quello che la Corte costituzionale definisce il principio supremo della laicità comporta che a tali valori e non a quelli di una confessione religiosa (almeno sulla carta maggioritaria) si dia la prevalenza nell’agone politico nell’amministrazione della giustizia. Ferma ovviamente la libertà dei cattolici di autodeterminarsi nelle proprie scelte di vita alla luce delle Sacre scritture. Tra l’atteggiamento della Santa Sede e quello di uno Stato laico c’è questa differenza: seguendo le direttive vaticane i cattolici hanno il pieno diritto di conculcare la libertà di coloro che non la pensano allo stesso modo; seguendo il modello di uno Stato laico a tutti viene data la possibilità di essere liberi, rimanendo i cattolici nel pieno diritto di conformare la propria vita alla loro fede. Chissà se anche in Italia – come è accaduto in Spagna – ci sarà un giudice che avrà il coraggio di ordinare che i crocifissi vengano tolti dagli edifici pubblici! Per il momento l’unico giudice che si è rifiutato di tenere udienza a Camerino perché in un’aula c’era un crocifisso ha subito una condanna a 7 mesi e a un anno di interdizione dai pubblici uffici per omissione di atti di ufficio e interruzione di pubblico servizio, oltre a varie sanzioni disciplinari dal Csm. È solo un esempio, un episodio tratto dalla cronaca, che suona paradossale per uno Stato laico, mentre è assolutamente coerente con uno Stato confessionale.
Francesco Bilotta ricercatore di diritto privato nell’università di Udine.
Luca Taddio Partito socialista Fvg Radicali italiani
giovedì 29 gennaio 2009
lunedì 3 novembre 2008
La cultura laica e riformista di fronte alla sfida globale di Luca Taddio
Messaggero Veneto — 21 ottobre 2008 pagina 17
di LUCA TADDIO
La sfida riformista in questa regione può prendere corpo unicamente attraverso un progetto in grado di sconfinare oltre i limiti circoscritti di un partito, per creare invece un “serbatoio di idee” laico e liberale in grado di elaborare idee concernenti l’economia, il diritto, i temi legati all’ambiente, all’architettura e, perché no?, all’arte e alla filosofia. La cultura riformista, socialista, laica e liberale si è storicamente contraddistinta nel tentativo di esprimere una nuova sintesi tra idee fino ad allora apparentemente inconciliabili: prima Carlo Rosselli e Guido Calogero hanno coniugato la tradizione socialista e la tradizione liberale, in seguito si è tentato di coniugare il merito con il bisogno, poi diritti e doveri, ma oggi la vera sfida consiste in come coniugare i processi di globalizzazione in atto con le istanze locali e territoriali. Il fenomeno globalizzazione è costantemente accelerato dal progresso scientifico-tecnologico, il problema è quindi come governare tale processo. La cultura socialista e riformista non può schierarsi semplicemente pro o contro la globalizzazione, ma deve tentare una difficile sintesi sul piano culturale prima ancora che sul piano economico e giuridico. La laicità nella relazione globale-locale diventa la premessa per governare le diversità culturali che sopravvivono nella società, risultato di flussi immigratori di popoli che non possono più essere pensati come periferici: riteniamo ancora, per esempio, che un modello rigido di città che divide e separa centro e periferia possa rappresentare un modello di convivenza? Laicità significa che la sfera religiosa deve essere ricondotta a un fatto di coscienza individuale e non imposta per legge, quest’ultima deve essere il risultato di un confronto razionale e non dogmatico. Tale atteggiamento laico non deve essere confuso e assimilato al relativismo, dove ogni valore è identico a un altro, ma è il modo di concepire leggi in grado di governare la molteplicità e i diritti individuali all’interno di un territorio. Laicità come strumento concettuale per salvaguardare le libertà individuali, ma anche per potere scegliere e decidere sul proprio corpo oltre che sulle proprie convinzioni, anche in casi estremi quali l’eutanasia e l’accanimento terapeutico. La domanda è: a chi spetta l’ultima parola, all’individuo o allo Stato? Laicità, se declinata correttamente, significa libertà di conoscenza e di ricerca, senza veti dogmatico-religiosi, ma con l’unico fine di individuare l’uso corretto e razionale delle applicazioni che conseguono all’incremento della conoscenza. Il divieto di ricerca sulle cellule staminali e sulla fecondazione assistita è l’esempio di una forma mentis medievale. Decliniamo ulteriormente questa relazione tra località e globalità estendendola al problema delle lingue minoritarie: in difesa delle lingue minori, ma non per la loro promozione, dove invece è l’inglese l’idioma che oggi si trasforma in opportunità di lavoro in Europa e nel mondo. Comprendere la relazione globale-locale significa anche interpretare correttamente lo sviluppo economico; nemmeno le crisi oggi possono essere interpretate come fenomeni locali. Se si giudica la delocalizzazione della parte produttiva un processo inevitabile, si converrà invece che è interesse del tessuto produttivo localizzare le conoscenze e quindi investire nella sinergia tra impresa e ricerca. La cultura riformista non è solo una politica di tagli e di risparmi, ma ha come obiettivo la creazione di nuova ricchezza. La stessa declinazione locale-globale deve essere articolata e ancorarsi al tema dell’ecologia: lo sviluppo energetico è un esempio, pur non essendo contrari a priori all’impiego dell’energia nucleare, crediamo che la direzione sia quella indicata da Carlo Rubbia e, tra gli altri, da Jeremy Rifkin, ossia scommettere sulle energie rinnovabili. Ciò rende necessaria la produzione di ricerca e sviluppo, al fine di rendere tali fonti di energia sempre più convenienti. Se la destra non avanza un modello laico in grado di concepire il diritto in termini «inclusivi», come proposto dal socialista Zapatero, la sinistra, invece, non è in grado di avanzare un modello di sviluppo del paese convincente e ciò non può che comportare un accrescimento dei conflitti sociali. La cultura liberale, descritta chiaramente nei corsi al Collège de France negli anni ’78-79 da Michel Foucault, distingue tra la sfera della soggettività e quella dell’economia, mentre, invece, oggi viviamo nel paradigma neoliberale, dove è teorizzata l’inscindibilità della sfera economica dalla sfera soggettiva, si crea così l’uomo a un’unica dimensione, dove il modello, anche per la politica, diventa l’azienda e il mercato. La sfera economica detta le regole e prevale sulla capacità di progettualità della politica: sembra non preoccupare che i Prodotti interni lordi dei 191 Stati esistenti, tenendo fuori i 9 più importanti, se sommati diano una cifra inferiore al valore aggregato delle vendite annuali delle prime duecento società al mondo. Rispetto alle corporation globali, la possibilità di governabilità territoriali del legislatore vacillano, ma la risposta alla lex mercatoria globale può essere ricercata unicamente nel diritto. Non è la pura e semplice libera concorrenza che garantisce sviluppo quanto buone leggi antitrust, una lezione di Von Hayek, non di Marx. Il compito di una nuova sinistra è porre al centro la politica e gli individui e smascherare i «dispositivi di potere» che si celano dietro l’ideologia neoliberale. *Partito socialista Fvg radicali italiani
di LUCA TADDIO
La sfida riformista in questa regione può prendere corpo unicamente attraverso un progetto in grado di sconfinare oltre i limiti circoscritti di un partito, per creare invece un “serbatoio di idee” laico e liberale in grado di elaborare idee concernenti l’economia, il diritto, i temi legati all’ambiente, all’architettura e, perché no?, all’arte e alla filosofia. La cultura riformista, socialista, laica e liberale si è storicamente contraddistinta nel tentativo di esprimere una nuova sintesi tra idee fino ad allora apparentemente inconciliabili: prima Carlo Rosselli e Guido Calogero hanno coniugato la tradizione socialista e la tradizione liberale, in seguito si è tentato di coniugare il merito con il bisogno, poi diritti e doveri, ma oggi la vera sfida consiste in come coniugare i processi di globalizzazione in atto con le istanze locali e territoriali. Il fenomeno globalizzazione è costantemente accelerato dal progresso scientifico-tecnologico, il problema è quindi come governare tale processo. La cultura socialista e riformista non può schierarsi semplicemente pro o contro la globalizzazione, ma deve tentare una difficile sintesi sul piano culturale prima ancora che sul piano economico e giuridico. La laicità nella relazione globale-locale diventa la premessa per governare le diversità culturali che sopravvivono nella società, risultato di flussi immigratori di popoli che non possono più essere pensati come periferici: riteniamo ancora, per esempio, che un modello rigido di città che divide e separa centro e periferia possa rappresentare un modello di convivenza? Laicità significa che la sfera religiosa deve essere ricondotta a un fatto di coscienza individuale e non imposta per legge, quest’ultima deve essere il risultato di un confronto razionale e non dogmatico. Tale atteggiamento laico non deve essere confuso e assimilato al relativismo, dove ogni valore è identico a un altro, ma è il modo di concepire leggi in grado di governare la molteplicità e i diritti individuali all’interno di un territorio. Laicità come strumento concettuale per salvaguardare le libertà individuali, ma anche per potere scegliere e decidere sul proprio corpo oltre che sulle proprie convinzioni, anche in casi estremi quali l’eutanasia e l’accanimento terapeutico. La domanda è: a chi spetta l’ultima parola, all’individuo o allo Stato? Laicità, se declinata correttamente, significa libertà di conoscenza e di ricerca, senza veti dogmatico-religiosi, ma con l’unico fine di individuare l’uso corretto e razionale delle applicazioni che conseguono all’incremento della conoscenza. Il divieto di ricerca sulle cellule staminali e sulla fecondazione assistita è l’esempio di una forma mentis medievale. Decliniamo ulteriormente questa relazione tra località e globalità estendendola al problema delle lingue minoritarie: in difesa delle lingue minori, ma non per la loro promozione, dove invece è l’inglese l’idioma che oggi si trasforma in opportunità di lavoro in Europa e nel mondo. Comprendere la relazione globale-locale significa anche interpretare correttamente lo sviluppo economico; nemmeno le crisi oggi possono essere interpretate come fenomeni locali. Se si giudica la delocalizzazione della parte produttiva un processo inevitabile, si converrà invece che è interesse del tessuto produttivo localizzare le conoscenze e quindi investire nella sinergia tra impresa e ricerca. La cultura riformista non è solo una politica di tagli e di risparmi, ma ha come obiettivo la creazione di nuova ricchezza. La stessa declinazione locale-globale deve essere articolata e ancorarsi al tema dell’ecologia: lo sviluppo energetico è un esempio, pur non essendo contrari a priori all’impiego dell’energia nucleare, crediamo che la direzione sia quella indicata da Carlo Rubbia e, tra gli altri, da Jeremy Rifkin, ossia scommettere sulle energie rinnovabili. Ciò rende necessaria la produzione di ricerca e sviluppo, al fine di rendere tali fonti di energia sempre più convenienti. Se la destra non avanza un modello laico in grado di concepire il diritto in termini «inclusivi», come proposto dal socialista Zapatero, la sinistra, invece, non è in grado di avanzare un modello di sviluppo del paese convincente e ciò non può che comportare un accrescimento dei conflitti sociali. La cultura liberale, descritta chiaramente nei corsi al Collège de France negli anni ’78-79 da Michel Foucault, distingue tra la sfera della soggettività e quella dell’economia, mentre, invece, oggi viviamo nel paradigma neoliberale, dove è teorizzata l’inscindibilità della sfera economica dalla sfera soggettiva, si crea così l’uomo a un’unica dimensione, dove il modello, anche per la politica, diventa l’azienda e il mercato. La sfera economica detta le regole e prevale sulla capacità di progettualità della politica: sembra non preoccupare che i Prodotti interni lordi dei 191 Stati esistenti, tenendo fuori i 9 più importanti, se sommati diano una cifra inferiore al valore aggregato delle vendite annuali delle prime duecento società al mondo. Rispetto alle corporation globali, la possibilità di governabilità territoriali del legislatore vacillano, ma la risposta alla lex mercatoria globale può essere ricercata unicamente nel diritto. Non è la pura e semplice libera concorrenza che garantisce sviluppo quanto buone leggi antitrust, una lezione di Von Hayek, non di Marx. Il compito di una nuova sinistra è porre al centro la politica e gli individui e smascherare i «dispositivi di potere» che si celano dietro l’ideologia neoliberale. *Partito socialista Fvg radicali italiani
giovedì 16 ottobre 2008
Franco Giunchi interviene all'iniziativa radicale: Il futuro della ricerca e della libertà di scelta
sei invitato al convegno che come Cellula Coscioni FVG abbiamo organizzato per sabato 18 ottobre 2008 a Udine: un incontro pubblico aperto a tutti! Si terrà presso la Sala Margherita - Hotel Là di Moret, Viale Tricesimo 276, dalle ore 15.30 alle 19.30. Accanto puoi vedere in anteprima in pdf una delle due pagine a pagamento che abbiamo acquistato sul Messagero Veneto e che usciranno a ridosso dell’evento con il programma e i titoli delle relazioni e delle sessioni. Il futuro della ricerca e delle libertà di scelta Ricerca scientifica negata e decisioni di fine vita impedite: l’Italia tra libertà e dogmi
Interverranno:
Maria Antonietta Farina Coscioni (co-Presidente dell’Associazione Luca Coscioni)
Bruno Mellano (Presidente di Radicali Italiani)
Mina Welby (direzione Associazione Luca Coscioni)
Mario Riccio (Medico Anestesista che corrispose alle volontà di Piergiorgio Welby)
E ancora:
Dott. Luigi Conte Presidente Ordine dei Medici e Chirurghi Udine; Prof. Francesco Curcio - docente presso Interfacoltà di Biotecnologie Sanitarie Università di Udine; Dott. Claudio Lucas - Medico Nutrizionista (A.D.I); Dott.ssa Tania Andrioli – Notaio; Bruno Zvech - Consigliere Regionale e Segretario Regionale del Partito Democratico; Benedetto Serra; Mina Welby, Direzione Associazione Luca Coscioni; Avv. Franco Giunchi, segretario regionale del Partito Socialista; Avv. Stefano Venturini Studio Legale Agrizzi – Tribunale per i Diritti del Malato Sez. di Udine
**DURANTE IL CONVEGNO SARANNO FORNITE AGLI INTERESSATI SPIEGAZIONI E MODULISTICA PER LA REDAZIONE DEL PROPRIO TESTAMENTO BIOLOGICO**.
Per info:
Luca Osso
Presidente Cellula Coscioni FVG
347 4475537
luca.osso@agriosso.com
Valter Beltramini
Tesoriere Cellula Coscioni FVG
329 0238228
valter.beltramini@fastwebnet.it
Interverranno:
Maria Antonietta Farina Coscioni (co-Presidente dell’Associazione Luca Coscioni)
Bruno Mellano (Presidente di Radicali Italiani)
Mina Welby (direzione Associazione Luca Coscioni)
Mario Riccio (Medico Anestesista che corrispose alle volontà di Piergiorgio Welby)
E ancora:
Dott. Luigi Conte Presidente Ordine dei Medici e Chirurghi Udine; Prof. Francesco Curcio - docente presso Interfacoltà di Biotecnologie Sanitarie Università di Udine; Dott. Claudio Lucas - Medico Nutrizionista (A.D.I); Dott.ssa Tania Andrioli – Notaio; Bruno Zvech - Consigliere Regionale e Segretario Regionale del Partito Democratico; Benedetto Serra; Mina Welby, Direzione Associazione Luca Coscioni; Avv. Franco Giunchi, segretario regionale del Partito Socialista; Avv. Stefano Venturini Studio Legale Agrizzi – Tribunale per i Diritti del Malato Sez. di Udine
**DURANTE IL CONVEGNO SARANNO FORNITE AGLI INTERESSATI SPIEGAZIONI E MODULISTICA PER LA REDAZIONE DEL PROPRIO TESTAMENTO BIOLOGICO**.
Per info:
Luca Osso
Presidente Cellula Coscioni FVG
347 4475537
luca.osso@agriosso.com
Valter Beltramini
Tesoriere Cellula Coscioni FVG
329 0238228
valter.beltramini@fastwebnet.it
mercoledì 17 settembre 2008
ANAGRAFE PUBBLICA DEGLI ELETTI
ANAGRAFE DEGLI ELETTI: PER UN NUOVO XX SETTEMBRE “CONOSCERE PER DELIBERARE”, PER CONQUISTARE UNA NUOVA LIBERAZIONE, QUESTA VOLTA DALLA PARTITOCRAZIA
SCRIVICI SU QUESTA PROPOSTA: IN FONDO ALLA PAGINA I MODI PER FARLO
E’ ora di passare alla riforma liberale delle Istituzioni.
Anagrafe pubblica degli eletti:
in rete l’operato di un milioncino di eletti, tra deputati, senatori, consiglieri ed entourage per poter conoscere scelte e comportamenti di tutti gli eletti, inserendo un elemento che finora ha connotato solamente i Parlamenti delle grandi democrazie anglosassoni.
Chiediamo alle Istituzioni di fare quello che, noi, abbiamo sempre fatto.
I Radicali hanno, da sempre, posto la questione della pubblicità della vita istituzionale,
dell'einaudiano "conoscere per deliberare", come elemento fondante di una vera democrazia.
Nel 1976, appena entrati a Montecitorio, i quattro deputati radicali organizzarono delle trasmissioni “pirata” delle sedute d’aula facendo viaggiare - per la prima volta nella storia italiana - le voci dei parlamentari sulle onde di Radio Radicale, nata appena un anno prima.
Con una Fiat cinquecento munita di telefono volante (allora non c’erano i cellulari) i tecnici di Radio Radicale captavano il segnale dagli altoparlanti dislocati negli uffici dei parlamentari e lo ritrasmettevano via etere. L’allora presidente della Camera Nilde Jotti ingaggiò una vera e propria guerra contro l’ennesimo “scandalo” radicale togliendo a ripetizione il segnale. Alla fine, i radicali la spuntarono semplicemente perché si erano basati su un principio costituzionale: “le sedute sono pubbliche” (art. 64). Le sedute erano sì “pubbliche”, ma solo per i giornalisti parlamentari che poi facevano i resoconti sulle loro testate, per chi chiedeva seguendo una defatigante trafila burocratica l’accesso ai resoconti stenografici e per i pochissimi che potevano entrare perché invitati da un eletto. Da quel momento furono pubbliche per tutti e, finalmente, l’elettore comunista poté ascoltare in diretta la viva voce di Enrico Berlinguer, così come quello “fascista” l’intervento di Giorgio Almirante.
Le proposte che i parlamentari sono riusciti a far passare nel corso della XV e XVI legislatura sulla riduzione dei costi e sulla possibilità di controllo da parte dei cittadini dell’attività dei singoli parlamentari, sono un primo punto di partenza. Ma questa è la classica proposta radicale che può e deve riguardare ogni livello istituzionale.
I Radicali lo fanno a partire da loro stessi.
Unico partito che trasmette in diretta o in differita da Radio Radicale, o comunque pubblica integralmente on line sui siti radicali, tutte le riunioni di Direzione, i Congressi, le Assemblee e ogni manifestazione.
Pannella, per suo conto, usa rendere pubblici tutti i suoi interventi via e-mail in Internet, pubblicando integralmente le risposte – che non siano private e assicurando il rispetto delle norme elementari della privacy – ricevute negli ultimi due anni, che restano e resteranno accessibili a tutti, lettori, curiosi e studiosi.
Riforme di stampo anglosassone.
Mentre cerchiamo di perseguire le necessarie riforme di stampo anglosassone, come Radicali italiani abbiamo deciso di scegliere, come priorità di iniziativa per i prossimi mesi, una straordinaria mobilitazione di opinione pubblica e istituzionale volta a conquistare la grande riforma che faccia della persona candidata ed eletta il soggetto costitutivo di ogni forma di aggregazione e rappresentanza politica, una riforma istituzionale che è quella di rendere tutti gli eletti conoscibili e valutabili, loro stessi e non per il tramite dei loro partiti, assicurando trasparenza e possibilità di partecipazione, individuando come strumento concreto l’Anagrafe pubblica degli eletti. Un progetto, che prevede inizialmente la realizzazione di un portale che garantisca la trasparenza dell’attività degli eletti, garantendo, al tempo stesso, al cittadino il diritto di conoscerla anche nelle fasi del processo decisionale.
E’ questa un’iniziativa davvero strutturale: tutti gli eletti divengono conosciuti.
Un recupero in pieno del fondamento della democrazia liberale: il “conoscere per deliberare”.
Al singolo cittadino deve essere garantito l’accesso, a partire dall’utilizzo del web, ad una vasta documentazione che permetta di conoscere l’operato di ogni singolo eletto, nonché di coloro che esercitano un’attività pubblica.
Questa è una riforma fondamentale per restituire legalità e reale democrazia al Paese e alle sue Istituzioni.
No all’antipolitica.
In tempi in cui anche le richieste più giuste di moralizzazione sono piegate al vento di una ondata demagogica che trova nel “vaffa” la sua più significativa espressione e che si traduce ancora una volta in un pericoloso e generale antiparlamentarismo, non possiamo abbandonare il campo lasciando che sia l’antipolitica - e solo l’antipolitica - il grillismo, il dipietrismo, ad “occuparsene” e, come si suol dire, fare di tutta l’erba un fascio.
A tutti i livelli istituzionali occorre garantire ai cittadini la possibilità di poter conoscere con facilità non soltanto l’attività svolta dai vari enti, ma anche quei dati inerenti l’attività degli eletti, integrale e senza filtri, rendere disponibili, di facile accesso e consultazione, atti e informazioni. Occorre dare ad ognuno la possibilità di conoscere l’operato di ogni singolo consigliere e assessore regionale, comunale, provinciale, dei sindaci, e di tutti coloro che esercitano un’attività pubblica.
Quante volte sono presenti e assenti. Come e se lavorano. Con quali metodi o espedienti. Se sono assenteisti o quante volte e come votano, in plenaria o nelle commissioni. Quante e quali “missioni”, fraudolentemente o no, si attribuiscono.
Quali e quanti strumenti regolamentari usino: interrogazioni, interpellanze, mozioni, ordini del
giorno, prese di parola. E ancora: quali le loro situazioni patrimoniali, immobiliari, finanziarie,
fiscali, societarie, i loro incarichi remunerati…
Consentire la pubblicità delle discussioni affinché il cittadino abbia gli strumenti per una partecipazione attiva alla vita politica e democratica del Paese.
Molti di questi dati sono già “pubblici”, cioè, per come è reso tutto ciò che è pubblico in Italia, spesso clandestini o irrintracciabili per i normali cittadini.
Ma oggi v’è la possibilità e quindi la necessità che questi dati siano davvero a disposizione di tutti. E sarà questo, finalmente, il vero strumento per riconoscere e premiare i migliori, i più capaci e onesti.
La conoscenza dovrà riguardare anche tutto ciò che concerne le nomine, le società interamente pubbliche e quelle partecipate, insomma la pubblica amministrazione tutta.
Una risposta concreta.
Oggi, grazie alla rivoluzione digitale e a Internet, è tecnicamente possibile recuperare il rapporto diretto tra elettori ed eletti, a tutti i livelli istituzionali, che i mezzi di comunicazione di massa hanno in parte pregiudicato, a vantaggio spesso di una politica opaca o di facciata.
Il controllo è l’essenza stessa della democrazia, Ernesto Rossi l’aveva capito prima di tutti. Nella possibilità da parte dei cittadini di esercitare il controllo su chi li governa si compie infatti, il senso di un sistema democratico.
Ed è proprio in questa direzione che va la proposta radicale di istituire un’anagrafe degli eletti: uno strumento della democrazia diretta che pone il candidato e l’eletto sotto la lente dell’elettore, in modo che questi possa conoscerlo, seguirlo nella sua attività politica, monitorare le sue scelte e anche i suoi interessi. Tutte informazioni indispensabili a garantire al cittadino un voto consapevole.
L’iniziativa dell’anagrafe degli eletti passa per l’informatizzazione dei canali di comunicazione istituzionali, una tappa obbligata per aprire finalmente la strada alla nuova frontiera della e-democracy.
La nostra proposta si basa innanzitutto sul principio della trasparenza; motivo per cui chiediamo che di ciascuna istituzione vengano messi in rete: link al sito istituzionale; bilancio interno con allegati; composizione dell’istituzione; presenze e comportamento di voto degli eletti; atti presentati in tutte le articolazioni dell’istituzione, iter e conclusione; atti adottati dalle singole articolazioni dell’istituzione.
Di ciascun eletto, invece, chiediamo che vengano pubblicati: dati anagrafici; codice fiscale, dato identificativo al fine di disporre – appunto – di un’anagrafe degli eletti e, di ciascuno, gli incarichi elettivi ricoperti nel tempo; dichiarazione dei redditi e degli interessi finanziari relativi all’anno precedente l’elezione, degli anni in cui ricopre l’incarico e di quelli successivi; dichiarazione da parte dell’eletto dei finanziamenti ricevuti, dei doni, dei benefici o di altro assimilabile; registro delle spese degli eletti, comprensive di quelle per lo staff, spese telefoniche e dotazione informatica; atti presentati con iter fino alla conclusione; quadro delle presenze ai lavori e i voti espressi sugli atti adottati dall’istituzione cui appartiene. Questo ultimo punto è per noi fondamentale, prioritario, perché consente al cittadino di controllare a mano a mano che l’eletto esplica il suo mandato le specifiche iniziative e anche quanto queste corrispondano al programma elettorale.
Tutti questi dati dovranno essere accessibili e in un formato standard aperto, così da poter essere elaborati e incrociati.
La moralizzazione della politica passa anche da riforme come questa.
Se l’anagrafe degli eletti fosse già stata introdotta ad ogni livello istituzionale, così come chiediamo, probabilmente avremmo da tempo sanato alcune delle ferite inferte alla democrazia e evitato illegalità ad ogni livello.
Occorre attuare una riforma della politica e della democrazia.
La riforma, il cambiamento sia delle istituzioni che dei partiti, vanno individuati ponendo al centro la persona. Occorre saper intercettare e conquistare alla radice quelli che potremmo definire i nuovi diritti civili e politici, ma anche - trovandoci in Italia, un paese dove non c’è né democrazia, né stato di diritto - si tratta di rispettare diritti già previsti dalla nostra Costituzione e sistematicamente violati.
Il “che fare” deve partire essenzialmente dalla riforma della politica attraverso la riforma delle organizzazioni politiche, delle istituzioni, delle nuove forme di partecipazione. E’ imprescindibile la scelta di un sistema elettorale capace di avvicinare l’eletto all’elettore e, nel frattempo operare anche la scelta di riformare i partiti a partire da un principio semplice e chiaro: la libertà di associazione.
In un paese come il nostro dove viene pressoché negata, a tutti i livelli, la possibilità di partecipare e di avere la facoltà di decidere, anche con il voto, vedi le liste elettorali bloccate e senza preferenze, si tratta di passare da un sistema di democrazia esclusivamente rappresentativa, (quale è ora di fatto quello italiano), a un sistema di democrazia partecipativa e anche diretta.
Che sia, quello in atto, un sistema rappresentativo, anzi, sempre più oligarchico, lo dimostra il fatto che nel nostro paese è precluso ai cittadini l’uso della seconda scheda, quella referendaria, che pur prevista sin dall’inizio dalla Costituzione è stata attivata per la prima volta soltanto all’inizio degli anni settanta, per poi essere di fatto annullata dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale.
Il sistema elettorale maggioritario in senso uninominale, con leggi elettorali uniformi per parlamento, consigli regionali e consigli comunali è l’unico che può tenere al centro la persona, superando le logiche partitiche e partitocratriche; ed è anche quello che consente il rapporto diretto sul territorio, rapporto che consente a sua volta il superamento della logica centralistica praticata oggi dai partiti.
Tale processo non riguarda solo i partiti e le istituzioni, deve riguardare la collettività tutta, la democrazia si conquista attraverso la pubblicità e la conoscibilità, fornendo strumenti di partecipazione diretta e attiva alla vita politica del Paese.
In alcuni casi i siti istituzionali contengono di già molti dati, ma occorre che questi siano effettivamente fruibili ai più.
Infatti, spesso, si registrano barriere di varia natura circa l’accessibilità e la effettiva trasparenza di questi dati che, anche laddove non sono mancanti, sono spesso parziali e quasi sempre di difficilmente fruizione perché pubblicati con standard chiusi che ne impediscono l’estrapolazione e quindi l’elaborazione, oltre che l’individuazione.
“Siate il cambiamento che volete vedere nel mondo” Gandhi.
La realizzazione di tutto ciò, non ha bisogno necessariamente di modifiche normative, occorre una sensibilizzazione su questo e interventi deliberativi di tipo diverso a seconda del livello Istituzionale.
Mentre proseguiranno le attività in seno ai due rami del Parlamento italiano e al Parlamento europeo, come Radicali Italiani chiederemo a tutti i Comuni, Province e Regioni di adottare una delibera che li impegni a rendere pubblica e trasparente l’Istituzione e l’attività dei suoi membri.
Su questo, l’apporto di ciascuno sarà determinante; occorre una mobilitazione dell’opinione pubblica.
E’ una campagna che in qualche modo vuole accrescere anche la partecipazione al piacere della politica, quella con la P maiuscola e non sollecitare tendenze antipolitiche.
Tutti coloro che sono interessati a questa proposta di riforma sono caldamente invitati a manifestarsi subito. Vorremmo che in ogni sito, in ogni blog vi fosse un’eco - d’adesione o di critica - di questa battaglia, così come - territorialmente – in ogni paese vi fosse chi la rappresenti, la promuova, si coordini con noi e con ogni altro che la condivida.
SCRIVETE SUBITO:
PER EMAIL A segretario.radicali@radicali.it
PER POSTA A Via di Torre Argentina 76, 00186 Roma
PER FAX AL NUMERO 0668805396
Difendi il tuo diritto a conoscere l’operato di chi ti rappresenta.
Sostieni questa campagna con l’iscrizione a Radicali Italiani o con il versamento di contributi finalizzati a questa iniziativa:
vai alla pagina dedicata alle iscrizioni e ai contributi!
Duecento euro di iscrizione non sono una quota simbolica o di mero sostegno, sono il dato concreto della partecipazione ad un progetto politico. Quello che abbiamo individuato in questi mesi estivi e di inizio autunno per l’incardinamento dell’Anagrafe pubblica degli eletti, può essere rivoluzionante.
SCRIVICI SU QUESTA PROPOSTA: IN FONDO ALLA PAGINA I MODI PER FARLO
E’ ora di passare alla riforma liberale delle Istituzioni.
Anagrafe pubblica degli eletti:
in rete l’operato di un milioncino di eletti, tra deputati, senatori, consiglieri ed entourage per poter conoscere scelte e comportamenti di tutti gli eletti, inserendo un elemento che finora ha connotato solamente i Parlamenti delle grandi democrazie anglosassoni.
Chiediamo alle Istituzioni di fare quello che, noi, abbiamo sempre fatto.
I Radicali hanno, da sempre, posto la questione della pubblicità della vita istituzionale,
dell'einaudiano "conoscere per deliberare", come elemento fondante di una vera democrazia.
Nel 1976, appena entrati a Montecitorio, i quattro deputati radicali organizzarono delle trasmissioni “pirata” delle sedute d’aula facendo viaggiare - per la prima volta nella storia italiana - le voci dei parlamentari sulle onde di Radio Radicale, nata appena un anno prima.
Con una Fiat cinquecento munita di telefono volante (allora non c’erano i cellulari) i tecnici di Radio Radicale captavano il segnale dagli altoparlanti dislocati negli uffici dei parlamentari e lo ritrasmettevano via etere. L’allora presidente della Camera Nilde Jotti ingaggiò una vera e propria guerra contro l’ennesimo “scandalo” radicale togliendo a ripetizione il segnale. Alla fine, i radicali la spuntarono semplicemente perché si erano basati su un principio costituzionale: “le sedute sono pubbliche” (art. 64). Le sedute erano sì “pubbliche”, ma solo per i giornalisti parlamentari che poi facevano i resoconti sulle loro testate, per chi chiedeva seguendo una defatigante trafila burocratica l’accesso ai resoconti stenografici e per i pochissimi che potevano entrare perché invitati da un eletto. Da quel momento furono pubbliche per tutti e, finalmente, l’elettore comunista poté ascoltare in diretta la viva voce di Enrico Berlinguer, così come quello “fascista” l’intervento di Giorgio Almirante.
Le proposte che i parlamentari sono riusciti a far passare nel corso della XV e XVI legislatura sulla riduzione dei costi e sulla possibilità di controllo da parte dei cittadini dell’attività dei singoli parlamentari, sono un primo punto di partenza. Ma questa è la classica proposta radicale che può e deve riguardare ogni livello istituzionale.
I Radicali lo fanno a partire da loro stessi.
Unico partito che trasmette in diretta o in differita da Radio Radicale, o comunque pubblica integralmente on line sui siti radicali, tutte le riunioni di Direzione, i Congressi, le Assemblee e ogni manifestazione.
Pannella, per suo conto, usa rendere pubblici tutti i suoi interventi via e-mail in Internet, pubblicando integralmente le risposte – che non siano private e assicurando il rispetto delle norme elementari della privacy – ricevute negli ultimi due anni, che restano e resteranno accessibili a tutti, lettori, curiosi e studiosi.
Riforme di stampo anglosassone.
Mentre cerchiamo di perseguire le necessarie riforme di stampo anglosassone, come Radicali italiani abbiamo deciso di scegliere, come priorità di iniziativa per i prossimi mesi, una straordinaria mobilitazione di opinione pubblica e istituzionale volta a conquistare la grande riforma che faccia della persona candidata ed eletta il soggetto costitutivo di ogni forma di aggregazione e rappresentanza politica, una riforma istituzionale che è quella di rendere tutti gli eletti conoscibili e valutabili, loro stessi e non per il tramite dei loro partiti, assicurando trasparenza e possibilità di partecipazione, individuando come strumento concreto l’Anagrafe pubblica degli eletti. Un progetto, che prevede inizialmente la realizzazione di un portale che garantisca la trasparenza dell’attività degli eletti, garantendo, al tempo stesso, al cittadino il diritto di conoscerla anche nelle fasi del processo decisionale.
E’ questa un’iniziativa davvero strutturale: tutti gli eletti divengono conosciuti.
Un recupero in pieno del fondamento della democrazia liberale: il “conoscere per deliberare”.
Al singolo cittadino deve essere garantito l’accesso, a partire dall’utilizzo del web, ad una vasta documentazione che permetta di conoscere l’operato di ogni singolo eletto, nonché di coloro che esercitano un’attività pubblica.
Questa è una riforma fondamentale per restituire legalità e reale democrazia al Paese e alle sue Istituzioni.
No all’antipolitica.
In tempi in cui anche le richieste più giuste di moralizzazione sono piegate al vento di una ondata demagogica che trova nel “vaffa” la sua più significativa espressione e che si traduce ancora una volta in un pericoloso e generale antiparlamentarismo, non possiamo abbandonare il campo lasciando che sia l’antipolitica - e solo l’antipolitica - il grillismo, il dipietrismo, ad “occuparsene” e, come si suol dire, fare di tutta l’erba un fascio.
A tutti i livelli istituzionali occorre garantire ai cittadini la possibilità di poter conoscere con facilità non soltanto l’attività svolta dai vari enti, ma anche quei dati inerenti l’attività degli eletti, integrale e senza filtri, rendere disponibili, di facile accesso e consultazione, atti e informazioni. Occorre dare ad ognuno la possibilità di conoscere l’operato di ogni singolo consigliere e assessore regionale, comunale, provinciale, dei sindaci, e di tutti coloro che esercitano un’attività pubblica.
Quante volte sono presenti e assenti. Come e se lavorano. Con quali metodi o espedienti. Se sono assenteisti o quante volte e come votano, in plenaria o nelle commissioni. Quante e quali “missioni”, fraudolentemente o no, si attribuiscono.
Quali e quanti strumenti regolamentari usino: interrogazioni, interpellanze, mozioni, ordini del
giorno, prese di parola. E ancora: quali le loro situazioni patrimoniali, immobiliari, finanziarie,
fiscali, societarie, i loro incarichi remunerati…
Consentire la pubblicità delle discussioni affinché il cittadino abbia gli strumenti per una partecipazione attiva alla vita politica e democratica del Paese.
Molti di questi dati sono già “pubblici”, cioè, per come è reso tutto ciò che è pubblico in Italia, spesso clandestini o irrintracciabili per i normali cittadini.
Ma oggi v’è la possibilità e quindi la necessità che questi dati siano davvero a disposizione di tutti. E sarà questo, finalmente, il vero strumento per riconoscere e premiare i migliori, i più capaci e onesti.
La conoscenza dovrà riguardare anche tutto ciò che concerne le nomine, le società interamente pubbliche e quelle partecipate, insomma la pubblica amministrazione tutta.
Una risposta concreta.
Oggi, grazie alla rivoluzione digitale e a Internet, è tecnicamente possibile recuperare il rapporto diretto tra elettori ed eletti, a tutti i livelli istituzionali, che i mezzi di comunicazione di massa hanno in parte pregiudicato, a vantaggio spesso di una politica opaca o di facciata.
Il controllo è l’essenza stessa della democrazia, Ernesto Rossi l’aveva capito prima di tutti. Nella possibilità da parte dei cittadini di esercitare il controllo su chi li governa si compie infatti, il senso di un sistema democratico.
Ed è proprio in questa direzione che va la proposta radicale di istituire un’anagrafe degli eletti: uno strumento della democrazia diretta che pone il candidato e l’eletto sotto la lente dell’elettore, in modo che questi possa conoscerlo, seguirlo nella sua attività politica, monitorare le sue scelte e anche i suoi interessi. Tutte informazioni indispensabili a garantire al cittadino un voto consapevole.
L’iniziativa dell’anagrafe degli eletti passa per l’informatizzazione dei canali di comunicazione istituzionali, una tappa obbligata per aprire finalmente la strada alla nuova frontiera della e-democracy.
La nostra proposta si basa innanzitutto sul principio della trasparenza; motivo per cui chiediamo che di ciascuna istituzione vengano messi in rete: link al sito istituzionale; bilancio interno con allegati; composizione dell’istituzione; presenze e comportamento di voto degli eletti; atti presentati in tutte le articolazioni dell’istituzione, iter e conclusione; atti adottati dalle singole articolazioni dell’istituzione.
Di ciascun eletto, invece, chiediamo che vengano pubblicati: dati anagrafici; codice fiscale, dato identificativo al fine di disporre – appunto – di un’anagrafe degli eletti e, di ciascuno, gli incarichi elettivi ricoperti nel tempo; dichiarazione dei redditi e degli interessi finanziari relativi all’anno precedente l’elezione, degli anni in cui ricopre l’incarico e di quelli successivi; dichiarazione da parte dell’eletto dei finanziamenti ricevuti, dei doni, dei benefici o di altro assimilabile; registro delle spese degli eletti, comprensive di quelle per lo staff, spese telefoniche e dotazione informatica; atti presentati con iter fino alla conclusione; quadro delle presenze ai lavori e i voti espressi sugli atti adottati dall’istituzione cui appartiene. Questo ultimo punto è per noi fondamentale, prioritario, perché consente al cittadino di controllare a mano a mano che l’eletto esplica il suo mandato le specifiche iniziative e anche quanto queste corrispondano al programma elettorale.
Tutti questi dati dovranno essere accessibili e in un formato standard aperto, così da poter essere elaborati e incrociati.
La moralizzazione della politica passa anche da riforme come questa.
Se l’anagrafe degli eletti fosse già stata introdotta ad ogni livello istituzionale, così come chiediamo, probabilmente avremmo da tempo sanato alcune delle ferite inferte alla democrazia e evitato illegalità ad ogni livello.
Occorre attuare una riforma della politica e della democrazia.
La riforma, il cambiamento sia delle istituzioni che dei partiti, vanno individuati ponendo al centro la persona. Occorre saper intercettare e conquistare alla radice quelli che potremmo definire i nuovi diritti civili e politici, ma anche - trovandoci in Italia, un paese dove non c’è né democrazia, né stato di diritto - si tratta di rispettare diritti già previsti dalla nostra Costituzione e sistematicamente violati.
Il “che fare” deve partire essenzialmente dalla riforma della politica attraverso la riforma delle organizzazioni politiche, delle istituzioni, delle nuove forme di partecipazione. E’ imprescindibile la scelta di un sistema elettorale capace di avvicinare l’eletto all’elettore e, nel frattempo operare anche la scelta di riformare i partiti a partire da un principio semplice e chiaro: la libertà di associazione.
In un paese come il nostro dove viene pressoché negata, a tutti i livelli, la possibilità di partecipare e di avere la facoltà di decidere, anche con il voto, vedi le liste elettorali bloccate e senza preferenze, si tratta di passare da un sistema di democrazia esclusivamente rappresentativa, (quale è ora di fatto quello italiano), a un sistema di democrazia partecipativa e anche diretta.
Che sia, quello in atto, un sistema rappresentativo, anzi, sempre più oligarchico, lo dimostra il fatto che nel nostro paese è precluso ai cittadini l’uso della seconda scheda, quella referendaria, che pur prevista sin dall’inizio dalla Costituzione è stata attivata per la prima volta soltanto all’inizio degli anni settanta, per poi essere di fatto annullata dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale.
Il sistema elettorale maggioritario in senso uninominale, con leggi elettorali uniformi per parlamento, consigli regionali e consigli comunali è l’unico che può tenere al centro la persona, superando le logiche partitiche e partitocratriche; ed è anche quello che consente il rapporto diretto sul territorio, rapporto che consente a sua volta il superamento della logica centralistica praticata oggi dai partiti.
Tale processo non riguarda solo i partiti e le istituzioni, deve riguardare la collettività tutta, la democrazia si conquista attraverso la pubblicità e la conoscibilità, fornendo strumenti di partecipazione diretta e attiva alla vita politica del Paese.
In alcuni casi i siti istituzionali contengono di già molti dati, ma occorre che questi siano effettivamente fruibili ai più.
Infatti, spesso, si registrano barriere di varia natura circa l’accessibilità e la effettiva trasparenza di questi dati che, anche laddove non sono mancanti, sono spesso parziali e quasi sempre di difficilmente fruizione perché pubblicati con standard chiusi che ne impediscono l’estrapolazione e quindi l’elaborazione, oltre che l’individuazione.
“Siate il cambiamento che volete vedere nel mondo” Gandhi.
La realizzazione di tutto ciò, non ha bisogno necessariamente di modifiche normative, occorre una sensibilizzazione su questo e interventi deliberativi di tipo diverso a seconda del livello Istituzionale.
Mentre proseguiranno le attività in seno ai due rami del Parlamento italiano e al Parlamento europeo, come Radicali Italiani chiederemo a tutti i Comuni, Province e Regioni di adottare una delibera che li impegni a rendere pubblica e trasparente l’Istituzione e l’attività dei suoi membri.
Su questo, l’apporto di ciascuno sarà determinante; occorre una mobilitazione dell’opinione pubblica.
E’ una campagna che in qualche modo vuole accrescere anche la partecipazione al piacere della politica, quella con la P maiuscola e non sollecitare tendenze antipolitiche.
Tutti coloro che sono interessati a questa proposta di riforma sono caldamente invitati a manifestarsi subito. Vorremmo che in ogni sito, in ogni blog vi fosse un’eco - d’adesione o di critica - di questa battaglia, così come - territorialmente – in ogni paese vi fosse chi la rappresenti, la promuova, si coordini con noi e con ogni altro che la condivida.
SCRIVETE SUBITO:
PER EMAIL A segretario.radicali@radicali.it
PER POSTA A Via di Torre Argentina 76, 00186 Roma
PER FAX AL NUMERO 0668805396
Difendi il tuo diritto a conoscere l’operato di chi ti rappresenta.
Sostieni questa campagna con l’iscrizione a Radicali Italiani o con il versamento di contributi finalizzati a questa iniziativa:
vai alla pagina dedicata alle iscrizioni e ai contributi!
Duecento euro di iscrizione non sono una quota simbolica o di mero sostegno, sono il dato concreto della partecipazione ad un progetto politico. Quello che abbiamo individuato in questi mesi estivi e di inizio autunno per l’incardinamento dell’Anagrafe pubblica degli eletti, può essere rivoluzionante.
giovedì 28 agosto 2008
"In Italia una democrazia capovolta" di Claudio Martelli
Giovedì 24 Luglio 2008 ore 10.22 - Claudio Martelli è stato un simbolo, uno degli alfieri, del socialismo riformista e liberale in Italia. Il Socialista Lab lo ha sentito sugli argomenti della attualità politica. (G. Amatruda – F. Anzano)
Onorevole, per tanti giovani socialisti rappresenta un mito, ma oggi cosa fa Claudio Martelli?
Di miti è meglio non coltivarne troppi perché, alla lunga, non reggono la prova della realtà. Oggi sono impegnato nel tentativo di scrivere un libro non solo di memorie, anche se sarà ricco dei vorticosi souvenir che segnano l’esperienza politica che ho vissuto. In effetti questi racconti già erano stati il nucleo di un programma radiofonico del 1992 in onda su Rai due, concentrato sulla fine della Repubblica. Una ricostruzione storica ma anche emotiva ed esistenziale che si dipana intorno al mio rapporto con Bettino Craxi, leader socialista e protagonista politico di un quindicennio. Il ‘92 è stato l’inizio della fine del Psi. E proprio scrivendo della fine mi è venuto naturale parlare del principio e dello svolgimento di una grande storia. Mentre la fine, con tutte le deformazioni ed i pregiudizi, è nota quello che è stato fatto prima sembra disperdersi, evaporare. C’è un lavorio della memoria, che non riguarda solo la vicenda dei socialisti, che tende a concentrarsi sulla fine.
Una abitudine dura a morire, anche vedendo le vicende di questi giorni
Si, è così. La vicenda di Del Turco di questi giorni mi colpisce per due aspetti: prima di tutto per il metodo, quello di sbattere qualcuno in galera, di isolarlo e mentre non può difendersi la sua immagine viene distrutta, pubblicando dell’interrogatorio del suo principale accusatore i particolari più sconvenienti, più sconcertanti. Una vicenda che rimanda alla fenomenologia atroce che abbiamo visto all’inizio degli anni novanta. La seconda cosa è che Ottaviano al momento dell’arresto ha cessato di essere un dirigente del Pd ed è tornato ad essere un ex del Psi. Ora nel PD si avverte qualche resipiscenza ma resta ancora attiva, per molti opinionisti e per certa sinistra, la “damnatio memoriae” del socialismo italiano.
Lei prima ha parlato di fine della Repubblica, non ha fatto cenno alla ‘Prima Repubblica’, è la Repubblica nella accezione più ampia del termine che non esiste più?
Quella che abitiamo oggi non è una repubblica, non è una democrazia, è un sistema capovolto. Se dovessimo rappresentare con una figura geometrica la democrazia, potremmo pensare ad una piramide. In tutte le democrazie, anche quelle che presentano più limiti, c’è una base di cittadini, di partiti, di corpi intermedi e poi un parlamento che elegge un vertice, un governo. La nostra, invece, è una piramide capovolta con un vertice che elegge la sua base. I parlamentari della Repubblica, tutti lo sanno ma nessuno lo ricorda, non sono eletti dal popolo ma nominati da Berlusconi e dalla Lega da una parte e da una ristrettissima oligarchia dall’altra parte. Da una parte, dunque, Berlusconi che definisce il suo sistema come “una monarchia anarchica” e dall’altra un sistema che si fonda sulla eterna durata degli stessi personaggi. D’Alema era già capogruppo del Pci vent’anni fa e Veltroni era direttore dell’Unità, e oggi ancora rappresentano l’alfa e l’omega del nuovo Partito Democratico. L’elemento fondamentale di una repubblica è il voto libero da condizionamenti. Oggi in Italia questo voto libero si dà solo in un punto, in un momento: quando si tratta di scegliere fra Berlusconi e Veltroni, come prima tra Berlusconi e Prodi e ancora prima fra Berlusconi e Rutelli. Questa è l’unica scelta che è rimasta all’elettore. Importante certo, ma la democrazia politica non si riduce a questo. Questo è tollerabile nelle democrazie nascenti, nello Zimbawe, nello Sri Lanka. Per il resto non si può dire che esistano partiti veri, sicuramente, se esistono, sono non democratici, a destra come a sinistra. Sono partiti carismatici che si basano sul rapporto fra un leader e le masse trasformate in pubblico, sono chiamate ad applaudire.
Non c’è più una base di iscritti, di militanti che abbiano conoscenza, coscienza e capacità decisionale. Anche a livello locale le nomine avvengono per designazione dall’ alto, non esistono elezioni primarie istituite per legge ovvero regolamenti che stabiliscono in che modo si forma la volontà di un partito ed il suo gruppo dirigente.
Non esiste più il voto di preferenza e non c’è più la competizione tipica del sistema uninominale maggioritario dell’ uno contro uno. Ci sono liste bloccate di partiti non democratici i cui dirigenti sono nominati dall’alto. Siamo in una condizione di assoluta a-nomalia democratica nel senso letterale di assenza di regole democratiche. Ma c’è un altro aspetto che aggrava questa a situazione. Secondo uno dei più grandi filosofi politici viventi, l’indiano Amartyia Senn, l’essenza di un sistema democratico, che non è solo nell’appannaggio della concezione occidentale, è l’esistenza di una discussione pubblica libera. In Italia c’è una discussione pubblica libera? Secondo me no. Ovviamente non mi riferisco alla possibilità di chiacchierare al bar o in tram. Questa libertà c’è, ma c’era anche col fascismo. Mi riferisco alla libertà di informazione e di espressione. E qui casca l’asino. La libertà pubblica non è garantita perché i media, giornali e tv, o sono posseduti da poteri economici o sono politicamente ed ideologicamente schierati. E per lo più sono tutte e due le cose contemporaneamente. Questa situazione spiega, d’altra parte, il sorgere delle proteste gridate: quando manca la possibilità di discutere si finisce per urlare o ci si rifugia nell’apatia. In Italia ci sono l’apatia e l’urlo perché non c’è una discussione pubblica libera, perché la democrazia è commissariata.
E’ necessario quindi invertire la rotta, secondo lei?
Guardo con grande preoccupazione alla crisi economica, la più grave degli ultimi trenta anni. L’assenza di vita democratica e la crisi economica e sociale possono essere foriere di rischi maggiori. Tremonti ha parlato di rischio del fascismo, qualcuno a sinistra pensa che quel rischio è rappresentato da Berlusconi e non vede che libertà e di democrazia latitano anche in questa sinistra senza popolo. Sì, condivido la preoccupazione che un fascismo possa rinascere in questa crisi democratica a causa della crisi economica. E certo non aiuta di continuare ad ingigantire il tema dell’insicurezza della vita urbana o di dare risposte solo guardando alla parte più estrema del proprio elettorato come fa la Lega.
In che senso?
Faccio l’esempio delle impronte ai bambini rom perché è la conferma della cattiva politica. La lega ha preso l’impegno con gli elettori di essere dura con i clandestini ed ha iniziato una crociata ideologica. Bene, ma c’era proprio bisogno di lanciare la crociata sulle impronte ai bambini rom? Bisogna aspettare l’ondata di sdegno soprattutto internazionale per decidere che le impronte bisognerà prenderle a tutti, anche agli italiani? Un Ministro degli interni che avesse voluto risolvere il problema dell’identificazione dei rom seriamente, concretamente, sarebbe andato davanti ad una telecamera per farsi raccogliere, lui per primo, le impronte digitali. Tutto, dopo, sarebbe risultato più naturale, se, invece, tu Ministro parti dai bambini rom fai una cosa ingiusta e vai a sbattere. Poi per rimediare prometti di dare a tutti i bambini rom la cittadinanza italiana. Altro errore! Perché solo ai bambini rom e non a tutti i nati in Italia come recitano tutte le costituzioni moderne da quella americana a quella francese. Intanto l’unico risultato è un’ulteriore delegittimazione della politica. Non si governa un grande paese con gli atteggiamenti muscolari, gli insulti alla nazione buoni per vellicare la parte più aggressiva e più sprovveduta del proprio elettorato. La lega può prendere il 20 al nord ma non sarà capace di governare se mantiene questa linea di durezza. Bisognerà capire, poi, anche cos’è questo federalismo fiscale. Non riesco a capire a quale modello ci si ispiri. Il modello svizzero, quello americano ed il tedesco, dove ci sono buoni risultati, sono profondamente diversi dalle logiche che emergono nella politica italiana. Il federalismo, è bene ricordarlo, nasce dal basso per unire, federare in latino significa unire non dividere, disarticolare, smembrare.
La XVI legislatura è partita sotto i buon auspici del dialogo tra maggioranza ed opposizione.
Questo proposito però è fallito in tempi brevi, era solo il libro delle buone intenzioni o ci sono emergenze così gravi, come la giustizia, per le quali partendo da diverse sensibilità è difficile costruire dialogo?
Il dialogo è andato a sbattere proprio sulla questione giustizia. Esiste nel Paese una questione irrisolta. Il Pd non riesce a dissociarsi, non tanto da Di Pietro, ma dalle procure soprattutto da quelle che hanno in odio Berlusconi. Per esempio da quella di Napoli. Una procura vistosamente incompetente a giudicare le ultime vicende di Berlusconi perché c’era un manifesto difetto di giurisdizione. Cosa c’entra Napoli con un reato compiuto tra Roma e Milano? Poi ancora come si fa a sostenere ciecamente la magistratura nel caso Mills, a non prendere le distanze da questa vicenda? Leggo cose che fanno a pugni con il buon senso. Un giudice fa dichiarazioni pubbliche contro il politico Berlusconi però darebbe garanzie di imparzialità contro l’imputato Berlusconi. Ancora, non capisco come si possa avvallare pedissequamente una accusa in cui l’imputato avrebbe corrotto il proprio avvocato? Ma all’avvocato non si pagano le parcelle? E com’è che questo Mills un giono è coimputato e un giorno è un testimone suscettibile di accusa di falsa testimonianza?
La sinistra farebbe bene a dissociarsi da queste cose come farebbe bene a dissociarsi da forme plateali di utilizzo della carcerazione preventiva, come è capitato per il caso Del Turco. Tra l’altro questa strategia, che sposa ad occhi bendati le mattane di certi pm, non paga né politicamente – già dimenticate le dimissioni del ministro Mastella? – tanto meno elettoralmente. Berlusconi adesso sembra determinato a produrre una grande riforma del sistema giustizia ma anche lui non può pensare di riformare la giustizia affidandosi ai suoi avvocati legislatori. Gli avvocati legislatori sono pessimi legislatori non so quanto siano buoni avvocati. L’idea di due categorie di processi, a secondo degli anni di pena da scontare per un determinato reato, è un mostro giuridico che non ha nessuna cittadinanza in alcuna parte del mondo ed è in totale contraddizione con la sicurezza promessa ai cittadini. Abbandonata con perdite questa idea disastrosa si è scelta la strada dell’immunità per le quattro più alte cariche dello Stato. Secondo quale logica? Perché non si è pensato, se è giusto il principio di tutelare la funzione di governo, di estenderla a tutti i Ministri e se è giusta l’esigenza di tutelare i presidenti della Camera e del Senato di estenderla a tutti i deputati e a tutti i senatori? Credo che il ritorno alla Costituzione del ’48, il ritorno alla immunità parlamentare, così come l’avevano pensata i padri costituenti sia necessaria. In questi anni si è creato uno squilibro. I casi sono due: si può ristabilire l’equilibrio tagliando le unghie all’irresponsabilità e alla politicizzazione di certa magistratura o ristabilendo nuovamente l’immunità parlamentare abrogata nel ‘93 in pieno furore giustizialista..
La novità però sembra essere data dalla ricerca di raggiungere il bipartitismo. Una risposta alla richiesta di semplificazione che chiedevano gli elettori?
In questo parlamento ci sono altre formazioni oltre a Pd e Pdl che con loro liste hanno eletto parlamentari: c’è la Lega, l’ Idv, Udc e l’ Mpa: non c’è un bipartitismo perfetto e non credo ci sarà nel prossimo futuro. Il Pd ed il Pdl hanno avuto la capacità machiavellica, per via elettorale e politica, di abolire tutti gli altri partiti senza toccare la legge vigente. Credo che gli altri partiti si organizzeranno anche alla luce del malcontento che esiste. Il 90 per cento degli italiani ha perso il 15 % del proprio reddito negli ultimi anni, e continua a impoverirsi. A questo ed alle preoccupazioni che ne nascono bisognerà dare delle risposte. Nessuno ha cominciato a farlo.
I temi cari agli italiani oggi sono la sicurezza e la lotta all’immigrazione clandestina, come si sta muovendo il Governo?
C’è un piano per aggredire camorra o la ndrangheta come io feci con la mafia negli anni novanta? Io non lo vedo. Lo feci anche con immigrati con una legge che da alcuni fu considerata troppo generosa mentre era una legge seria e severa. Da allora i principi sono sempre gli stessi: può venire nel nostro Paese chi ha un lavoro ed una casa. Negli anni sono cambiati anche i flussi migratori, ma con la mia legge le cose andavano meglio.
Nei dieci anni in cui è stata in vigore gli immigrati regolari sono aumentati di 350mila unità, era dunque un provvedimento severo che conteneva e regolava i flussi migratori. Dal 1998 al 2008 abbiamo avuto la legge Turco-Napolitano, la Bossi Fini, i pasticci di Amato e Ferrero e poi ancora la Bossi Fini: quattro leggi che hanno fatto passare gli immigrati da 1.350.000 a quasi 4 milioni. Questa è una verità che nessuno racconta perché nessuno riconosce che l’inesperienza, le pretese di generosità dei Turco e dei Ferrero o la faccia feroce della Bossi Fini non hanno cambiato una virgola. Il problema è di gestione, di amministrazione se si fanno le leggi ma nessuno riesce a gestire le situazioni non cambierà nulla. Anche qui conta l’esempio. Nel 1991 arrivarono in Italia circa ventimila albanesi a Brindisi e Bari, li identificammo tutti e li facemmo ritornare, in poche settimane, nel loro Paese. Adesso assistiamo al dibattito sul reato di clandestinità. Introducendo i reati la situazione si complica, si ingarbuglia di più, è evidente. Non potrebbero valere regole diverse ed allora i tre gradi di giudizio necessari per perseguire anche questo nuovo reato creerebbero solo problemi. Perché a destra ed a sinistra non vogliono capire cosa è l’espulsione? E’ una misura amministrativa e tale deve rimanere. Che differenza c’è in termini di diritto se un clandestino è respinto alla frontiera o dopo quando è già entrato nel territorio dello stato? Nessuna! E allora perché nel primo caso basta la polizia e nel secondo bisogna instaurare un processo?
Onorevole Martelli lei è stato uno dei padri del riformismo socialista. Cosa è oggi il riformismo, è ancora attuale?
La parola riformismo significa tutto ed il contrario di tutto ormai. La natura del riformismo socialista storicamente aveva una doppia essenza: a destra si opponeva ai moderati ed ai conservatori e a sinistra ai massimalisti e ai rivoluzionari. Il riformismo era l’idea di un cambiamento che assorbisse in sé le ragioni e le istanze di natura rivoluzionaria graduandole con le compatibilità di governo del sistema: di questo non vedo traccia. L’ultima ventata riformista in Italia è stata la nostra, quella degli anni ottanta, con Bettino Craxi e il gruppo dirigente del PSI. In Europa gli esempi più freschi sono quelli di Blair e di Zapatero. Quella di Blair è stata fondamentalmente una umanizzazione della rivoluzione thatcheriana, una correzione solidale e compassionevole dei suoi eccessi. Il Primo Ministro britannico lavorava sulla base di una rivoluzione liberista, restauratrice, capitalista, Blair l’ ha moderata nel senso della ‘compassion’, compassione che in inglese ha però un altro significato, è il senso di una attitudine benevolente verso in prossimo, in italiano si traduce con solidarietà. Zapatero non ha manifestato il suo riformismo sul terreno economico, dove ha lasciato intatto il lascito di Aznar che a sua volta aveva ereditato il pragmatismo di Felipe Gonzales. Il riformismo di Zapatero è di natura civile riguarda i diritti individuali, segna una svolta culturale, si manifesta con un’esplosione di libertà. Fa discutere, fa pensare, ha aperto le menti ed ha risposto ad una attesa del popolo spagnolo. La Spagna si è scrollata di dosso una tradizione pesante, eccessiva in tanti campi, dai diritti sessuali alla libertà nella ricerca scientifica.
Il Socialismo oggi. La ricerca di identità cercata seguendo diverse scelte. Il Pdl, l’autonomia che diventa isolazionismo, la vecchia sinistra. La diaspora non avrà mai fine? Come si immagina un futuro per i socialisti?
La storia è stata derisoria con i socialisti. Ma ormai le responsabilità maggiori del disastro non si possono imputare, dopo 15 anni, ancora a ‘mani pulite’ ed alla persecuzione giudiziaria. Quello è stato un colpo micidiale, perché in politica l’attacco morale ti taglia le gambe equivale a un colpo sotto la cintola nel pugilato. Però c’è stato il tempo di un recupero e questo tempo è stato sprecato. Io ho predicato invano per dieci anni, prima da cittadino e poi nel Parlamento Europeo, l’unificazione dei socialisti in una posizione scomoda, ma l’unica possibile, che è quella autonoma dai due blocchi. Certo potevi non essere eletto per un turno però si sarebbe preservato un nucleo politico identitario che avrebbe poi trovato anche il suo spazio elettorale. Nencini mi sembra stia facendo lo stesso errore di sempre. Guarda non agli elettori ma ai pochi eletti, vive la necessità di conservare e preservare prima di tutto i consiglieri e gli assessori e annuncia già che si vuole alleare con il Pd alle prossime europee: è un percorso a termine che non può esaltare nessuno.
Claudio Signorile, qualche anno fa, aveva inventato una formula intelligente, disse ‘il socialismo è una civilizzazione, una cultura’, non ha più importanza che sia identificato in un partito, l’importanza è che resti la cultura e si sviluppi, si coltivi (ndr è questo d’altra parte lo spirito dell’appello de Il Lab che riproponiamo). Però qualche soggetto dovrebbe esserci, magari non uno solo.
Anche in vista delle elezioni europee i socialisti non trovano facile collocazione. Il Pd, ad esempio, non riesce a proiettare la sua esperienza. Lei, già molti anni fa, penso si dovessero superare i confini della tradizione socialista.
Ai miei tempi io cercavo una via che potesse allargare i confini della tradizione socialista e comprendere in una prospettiva, un contenitore (si direbbe oggi e la parola non mi piace), i laici, i socialisti ed offrire una sponda alla evoluzione del Pci. Craxi mi disse che una prospettiva tanto importante la si poteva sviluppare solo a livello internazionale. Fu lui a interrogare l’Internazionale Socialista, perchè valutasse l’ipotesi di trasformare l’internazionale socialista in internazionale democratica per aprirla ai democratici americani, alle forze progressiste nel mondo? L’eurosocialismo rispose no, non se ne fece nulla e Craxi rifluì anche in Italia sull’idea dell’ unità socialista con il PSDI subito con il PCI in un vago domani. Di tutto questo non c’è più traccia nella discussione attuale. Nel Pd questa prospettiva è stata sacrificata alla fusione con una parte minoritaria del vecchio mondo democristiano e anche questa fusione traballa. E’ giusto dire che anche il contesto è completamente diverso: allora laici e sinistra sfioravano il 50%, ora arrivano al 32 con i cattolici di sinistra. Dove sono finiti gli elettori socialisti? Evidentemente c’è una questione pregiudiziale che resta a fare da spartiacque. C’è un’ astuzia non della ragione ma della morale. Ieri la questione morale agitata dal PCI tributario di mani pulite ha abbattuto il PSI, oggi la questione morale vieta ai socialisti di ricongiungersi con gli ex comunisti. L’abbattimento totale del giustizialismo è una delle priorità per tornare a parlare alla comunità socialista e laica. Su questo muro sono andati a sbattere anche i socialisti, prima perchè ne sono stati vittime e poi perchè i tentativi di ripiantare il socialismo a sinistra sono falliti non riuscendo a riconquistare i loro elettori. Un problema diverso ma non minore c’è anche a destra. A destra gli ex socialisti sono costretti all’alleanza con ex fascisti e leghisti e devono coltivare la speranza diventare tutti popolari europei, insomma, di “morire democristiani”. Nel governo di centrodestra ci possono essere individualità notevoli come lo sono i ministri Tremonti, Sacconi, Brunetta e Frattini: hanno geni socialisti, ma sono singoli, non fanno gruppo, non fanno nemmeno tendenza. A destra un partito socialista non ci può stare. Ci può stare un capo ex socialista ma dev’essere un Mussolini, deve comandare tutta la nazione.
Si può immaginare un dopo-Berlusconi? Un suo delfino?
Se Berlusconi non si pone il problema adesso che ha tempo per riflettere e preparare il dopo se lo dovrà porre poi in fretta e furia. Se non fa nulla assisteremo ad una implosione del sistema che ha costruito.
fonte: http://ecodellavocedelsilenzio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=1999595
Onorevole, per tanti giovani socialisti rappresenta un mito, ma oggi cosa fa Claudio Martelli?
Di miti è meglio non coltivarne troppi perché, alla lunga, non reggono la prova della realtà. Oggi sono impegnato nel tentativo di scrivere un libro non solo di memorie, anche se sarà ricco dei vorticosi souvenir che segnano l’esperienza politica che ho vissuto. In effetti questi racconti già erano stati il nucleo di un programma radiofonico del 1992 in onda su Rai due, concentrato sulla fine della Repubblica. Una ricostruzione storica ma anche emotiva ed esistenziale che si dipana intorno al mio rapporto con Bettino Craxi, leader socialista e protagonista politico di un quindicennio. Il ‘92 è stato l’inizio della fine del Psi. E proprio scrivendo della fine mi è venuto naturale parlare del principio e dello svolgimento di una grande storia. Mentre la fine, con tutte le deformazioni ed i pregiudizi, è nota quello che è stato fatto prima sembra disperdersi, evaporare. C’è un lavorio della memoria, che non riguarda solo la vicenda dei socialisti, che tende a concentrarsi sulla fine.
Una abitudine dura a morire, anche vedendo le vicende di questi giorni
Si, è così. La vicenda di Del Turco di questi giorni mi colpisce per due aspetti: prima di tutto per il metodo, quello di sbattere qualcuno in galera, di isolarlo e mentre non può difendersi la sua immagine viene distrutta, pubblicando dell’interrogatorio del suo principale accusatore i particolari più sconvenienti, più sconcertanti. Una vicenda che rimanda alla fenomenologia atroce che abbiamo visto all’inizio degli anni novanta. La seconda cosa è che Ottaviano al momento dell’arresto ha cessato di essere un dirigente del Pd ed è tornato ad essere un ex del Psi. Ora nel PD si avverte qualche resipiscenza ma resta ancora attiva, per molti opinionisti e per certa sinistra, la “damnatio memoriae” del socialismo italiano.
Lei prima ha parlato di fine della Repubblica, non ha fatto cenno alla ‘Prima Repubblica’, è la Repubblica nella accezione più ampia del termine che non esiste più?
Quella che abitiamo oggi non è una repubblica, non è una democrazia, è un sistema capovolto. Se dovessimo rappresentare con una figura geometrica la democrazia, potremmo pensare ad una piramide. In tutte le democrazie, anche quelle che presentano più limiti, c’è una base di cittadini, di partiti, di corpi intermedi e poi un parlamento che elegge un vertice, un governo. La nostra, invece, è una piramide capovolta con un vertice che elegge la sua base. I parlamentari della Repubblica, tutti lo sanno ma nessuno lo ricorda, non sono eletti dal popolo ma nominati da Berlusconi e dalla Lega da una parte e da una ristrettissima oligarchia dall’altra parte. Da una parte, dunque, Berlusconi che definisce il suo sistema come “una monarchia anarchica” e dall’altra un sistema che si fonda sulla eterna durata degli stessi personaggi. D’Alema era già capogruppo del Pci vent’anni fa e Veltroni era direttore dell’Unità, e oggi ancora rappresentano l’alfa e l’omega del nuovo Partito Democratico. L’elemento fondamentale di una repubblica è il voto libero da condizionamenti. Oggi in Italia questo voto libero si dà solo in un punto, in un momento: quando si tratta di scegliere fra Berlusconi e Veltroni, come prima tra Berlusconi e Prodi e ancora prima fra Berlusconi e Rutelli. Questa è l’unica scelta che è rimasta all’elettore. Importante certo, ma la democrazia politica non si riduce a questo. Questo è tollerabile nelle democrazie nascenti, nello Zimbawe, nello Sri Lanka. Per il resto non si può dire che esistano partiti veri, sicuramente, se esistono, sono non democratici, a destra come a sinistra. Sono partiti carismatici che si basano sul rapporto fra un leader e le masse trasformate in pubblico, sono chiamate ad applaudire.
Non c’è più una base di iscritti, di militanti che abbiano conoscenza, coscienza e capacità decisionale. Anche a livello locale le nomine avvengono per designazione dall’ alto, non esistono elezioni primarie istituite per legge ovvero regolamenti che stabiliscono in che modo si forma la volontà di un partito ed il suo gruppo dirigente.
Non esiste più il voto di preferenza e non c’è più la competizione tipica del sistema uninominale maggioritario dell’ uno contro uno. Ci sono liste bloccate di partiti non democratici i cui dirigenti sono nominati dall’alto. Siamo in una condizione di assoluta a-nomalia democratica nel senso letterale di assenza di regole democratiche. Ma c’è un altro aspetto che aggrava questa a situazione. Secondo uno dei più grandi filosofi politici viventi, l’indiano Amartyia Senn, l’essenza di un sistema democratico, che non è solo nell’appannaggio della concezione occidentale, è l’esistenza di una discussione pubblica libera. In Italia c’è una discussione pubblica libera? Secondo me no. Ovviamente non mi riferisco alla possibilità di chiacchierare al bar o in tram. Questa libertà c’è, ma c’era anche col fascismo. Mi riferisco alla libertà di informazione e di espressione. E qui casca l’asino. La libertà pubblica non è garantita perché i media, giornali e tv, o sono posseduti da poteri economici o sono politicamente ed ideologicamente schierati. E per lo più sono tutte e due le cose contemporaneamente. Questa situazione spiega, d’altra parte, il sorgere delle proteste gridate: quando manca la possibilità di discutere si finisce per urlare o ci si rifugia nell’apatia. In Italia ci sono l’apatia e l’urlo perché non c’è una discussione pubblica libera, perché la democrazia è commissariata.
E’ necessario quindi invertire la rotta, secondo lei?
Guardo con grande preoccupazione alla crisi economica, la più grave degli ultimi trenta anni. L’assenza di vita democratica e la crisi economica e sociale possono essere foriere di rischi maggiori. Tremonti ha parlato di rischio del fascismo, qualcuno a sinistra pensa che quel rischio è rappresentato da Berlusconi e non vede che libertà e di democrazia latitano anche in questa sinistra senza popolo. Sì, condivido la preoccupazione che un fascismo possa rinascere in questa crisi democratica a causa della crisi economica. E certo non aiuta di continuare ad ingigantire il tema dell’insicurezza della vita urbana o di dare risposte solo guardando alla parte più estrema del proprio elettorato come fa la Lega.
In che senso?
Faccio l’esempio delle impronte ai bambini rom perché è la conferma della cattiva politica. La lega ha preso l’impegno con gli elettori di essere dura con i clandestini ed ha iniziato una crociata ideologica. Bene, ma c’era proprio bisogno di lanciare la crociata sulle impronte ai bambini rom? Bisogna aspettare l’ondata di sdegno soprattutto internazionale per decidere che le impronte bisognerà prenderle a tutti, anche agli italiani? Un Ministro degli interni che avesse voluto risolvere il problema dell’identificazione dei rom seriamente, concretamente, sarebbe andato davanti ad una telecamera per farsi raccogliere, lui per primo, le impronte digitali. Tutto, dopo, sarebbe risultato più naturale, se, invece, tu Ministro parti dai bambini rom fai una cosa ingiusta e vai a sbattere. Poi per rimediare prometti di dare a tutti i bambini rom la cittadinanza italiana. Altro errore! Perché solo ai bambini rom e non a tutti i nati in Italia come recitano tutte le costituzioni moderne da quella americana a quella francese. Intanto l’unico risultato è un’ulteriore delegittimazione della politica. Non si governa un grande paese con gli atteggiamenti muscolari, gli insulti alla nazione buoni per vellicare la parte più aggressiva e più sprovveduta del proprio elettorato. La lega può prendere il 20 al nord ma non sarà capace di governare se mantiene questa linea di durezza. Bisognerà capire, poi, anche cos’è questo federalismo fiscale. Non riesco a capire a quale modello ci si ispiri. Il modello svizzero, quello americano ed il tedesco, dove ci sono buoni risultati, sono profondamente diversi dalle logiche che emergono nella politica italiana. Il federalismo, è bene ricordarlo, nasce dal basso per unire, federare in latino significa unire non dividere, disarticolare, smembrare.
La XVI legislatura è partita sotto i buon auspici del dialogo tra maggioranza ed opposizione.
Questo proposito però è fallito in tempi brevi, era solo il libro delle buone intenzioni o ci sono emergenze così gravi, come la giustizia, per le quali partendo da diverse sensibilità è difficile costruire dialogo?
Il dialogo è andato a sbattere proprio sulla questione giustizia. Esiste nel Paese una questione irrisolta. Il Pd non riesce a dissociarsi, non tanto da Di Pietro, ma dalle procure soprattutto da quelle che hanno in odio Berlusconi. Per esempio da quella di Napoli. Una procura vistosamente incompetente a giudicare le ultime vicende di Berlusconi perché c’era un manifesto difetto di giurisdizione. Cosa c’entra Napoli con un reato compiuto tra Roma e Milano? Poi ancora come si fa a sostenere ciecamente la magistratura nel caso Mills, a non prendere le distanze da questa vicenda? Leggo cose che fanno a pugni con il buon senso. Un giudice fa dichiarazioni pubbliche contro il politico Berlusconi però darebbe garanzie di imparzialità contro l’imputato Berlusconi. Ancora, non capisco come si possa avvallare pedissequamente una accusa in cui l’imputato avrebbe corrotto il proprio avvocato? Ma all’avvocato non si pagano le parcelle? E com’è che questo Mills un giono è coimputato e un giorno è un testimone suscettibile di accusa di falsa testimonianza?
La sinistra farebbe bene a dissociarsi da queste cose come farebbe bene a dissociarsi da forme plateali di utilizzo della carcerazione preventiva, come è capitato per il caso Del Turco. Tra l’altro questa strategia, che sposa ad occhi bendati le mattane di certi pm, non paga né politicamente – già dimenticate le dimissioni del ministro Mastella? – tanto meno elettoralmente. Berlusconi adesso sembra determinato a produrre una grande riforma del sistema giustizia ma anche lui non può pensare di riformare la giustizia affidandosi ai suoi avvocati legislatori. Gli avvocati legislatori sono pessimi legislatori non so quanto siano buoni avvocati. L’idea di due categorie di processi, a secondo degli anni di pena da scontare per un determinato reato, è un mostro giuridico che non ha nessuna cittadinanza in alcuna parte del mondo ed è in totale contraddizione con la sicurezza promessa ai cittadini. Abbandonata con perdite questa idea disastrosa si è scelta la strada dell’immunità per le quattro più alte cariche dello Stato. Secondo quale logica? Perché non si è pensato, se è giusto il principio di tutelare la funzione di governo, di estenderla a tutti i Ministri e se è giusta l’esigenza di tutelare i presidenti della Camera e del Senato di estenderla a tutti i deputati e a tutti i senatori? Credo che il ritorno alla Costituzione del ’48, il ritorno alla immunità parlamentare, così come l’avevano pensata i padri costituenti sia necessaria. In questi anni si è creato uno squilibro. I casi sono due: si può ristabilire l’equilibrio tagliando le unghie all’irresponsabilità e alla politicizzazione di certa magistratura o ristabilendo nuovamente l’immunità parlamentare abrogata nel ‘93 in pieno furore giustizialista..
La novità però sembra essere data dalla ricerca di raggiungere il bipartitismo. Una risposta alla richiesta di semplificazione che chiedevano gli elettori?
In questo parlamento ci sono altre formazioni oltre a Pd e Pdl che con loro liste hanno eletto parlamentari: c’è la Lega, l’ Idv, Udc e l’ Mpa: non c’è un bipartitismo perfetto e non credo ci sarà nel prossimo futuro. Il Pd ed il Pdl hanno avuto la capacità machiavellica, per via elettorale e politica, di abolire tutti gli altri partiti senza toccare la legge vigente. Credo che gli altri partiti si organizzeranno anche alla luce del malcontento che esiste. Il 90 per cento degli italiani ha perso il 15 % del proprio reddito negli ultimi anni, e continua a impoverirsi. A questo ed alle preoccupazioni che ne nascono bisognerà dare delle risposte. Nessuno ha cominciato a farlo.
I temi cari agli italiani oggi sono la sicurezza e la lotta all’immigrazione clandestina, come si sta muovendo il Governo?
C’è un piano per aggredire camorra o la ndrangheta come io feci con la mafia negli anni novanta? Io non lo vedo. Lo feci anche con immigrati con una legge che da alcuni fu considerata troppo generosa mentre era una legge seria e severa. Da allora i principi sono sempre gli stessi: può venire nel nostro Paese chi ha un lavoro ed una casa. Negli anni sono cambiati anche i flussi migratori, ma con la mia legge le cose andavano meglio.
Nei dieci anni in cui è stata in vigore gli immigrati regolari sono aumentati di 350mila unità, era dunque un provvedimento severo che conteneva e regolava i flussi migratori. Dal 1998 al 2008 abbiamo avuto la legge Turco-Napolitano, la Bossi Fini, i pasticci di Amato e Ferrero e poi ancora la Bossi Fini: quattro leggi che hanno fatto passare gli immigrati da 1.350.000 a quasi 4 milioni. Questa è una verità che nessuno racconta perché nessuno riconosce che l’inesperienza, le pretese di generosità dei Turco e dei Ferrero o la faccia feroce della Bossi Fini non hanno cambiato una virgola. Il problema è di gestione, di amministrazione se si fanno le leggi ma nessuno riesce a gestire le situazioni non cambierà nulla. Anche qui conta l’esempio. Nel 1991 arrivarono in Italia circa ventimila albanesi a Brindisi e Bari, li identificammo tutti e li facemmo ritornare, in poche settimane, nel loro Paese. Adesso assistiamo al dibattito sul reato di clandestinità. Introducendo i reati la situazione si complica, si ingarbuglia di più, è evidente. Non potrebbero valere regole diverse ed allora i tre gradi di giudizio necessari per perseguire anche questo nuovo reato creerebbero solo problemi. Perché a destra ed a sinistra non vogliono capire cosa è l’espulsione? E’ una misura amministrativa e tale deve rimanere. Che differenza c’è in termini di diritto se un clandestino è respinto alla frontiera o dopo quando è già entrato nel territorio dello stato? Nessuna! E allora perché nel primo caso basta la polizia e nel secondo bisogna instaurare un processo?
Onorevole Martelli lei è stato uno dei padri del riformismo socialista. Cosa è oggi il riformismo, è ancora attuale?
La parola riformismo significa tutto ed il contrario di tutto ormai. La natura del riformismo socialista storicamente aveva una doppia essenza: a destra si opponeva ai moderati ed ai conservatori e a sinistra ai massimalisti e ai rivoluzionari. Il riformismo era l’idea di un cambiamento che assorbisse in sé le ragioni e le istanze di natura rivoluzionaria graduandole con le compatibilità di governo del sistema: di questo non vedo traccia. L’ultima ventata riformista in Italia è stata la nostra, quella degli anni ottanta, con Bettino Craxi e il gruppo dirigente del PSI. In Europa gli esempi più freschi sono quelli di Blair e di Zapatero. Quella di Blair è stata fondamentalmente una umanizzazione della rivoluzione thatcheriana, una correzione solidale e compassionevole dei suoi eccessi. Il Primo Ministro britannico lavorava sulla base di una rivoluzione liberista, restauratrice, capitalista, Blair l’ ha moderata nel senso della ‘compassion’, compassione che in inglese ha però un altro significato, è il senso di una attitudine benevolente verso in prossimo, in italiano si traduce con solidarietà. Zapatero non ha manifestato il suo riformismo sul terreno economico, dove ha lasciato intatto il lascito di Aznar che a sua volta aveva ereditato il pragmatismo di Felipe Gonzales. Il riformismo di Zapatero è di natura civile riguarda i diritti individuali, segna una svolta culturale, si manifesta con un’esplosione di libertà. Fa discutere, fa pensare, ha aperto le menti ed ha risposto ad una attesa del popolo spagnolo. La Spagna si è scrollata di dosso una tradizione pesante, eccessiva in tanti campi, dai diritti sessuali alla libertà nella ricerca scientifica.
Il Socialismo oggi. La ricerca di identità cercata seguendo diverse scelte. Il Pdl, l’autonomia che diventa isolazionismo, la vecchia sinistra. La diaspora non avrà mai fine? Come si immagina un futuro per i socialisti?
La storia è stata derisoria con i socialisti. Ma ormai le responsabilità maggiori del disastro non si possono imputare, dopo 15 anni, ancora a ‘mani pulite’ ed alla persecuzione giudiziaria. Quello è stato un colpo micidiale, perché in politica l’attacco morale ti taglia le gambe equivale a un colpo sotto la cintola nel pugilato. Però c’è stato il tempo di un recupero e questo tempo è stato sprecato. Io ho predicato invano per dieci anni, prima da cittadino e poi nel Parlamento Europeo, l’unificazione dei socialisti in una posizione scomoda, ma l’unica possibile, che è quella autonoma dai due blocchi. Certo potevi non essere eletto per un turno però si sarebbe preservato un nucleo politico identitario che avrebbe poi trovato anche il suo spazio elettorale. Nencini mi sembra stia facendo lo stesso errore di sempre. Guarda non agli elettori ma ai pochi eletti, vive la necessità di conservare e preservare prima di tutto i consiglieri e gli assessori e annuncia già che si vuole alleare con il Pd alle prossime europee: è un percorso a termine che non può esaltare nessuno.
Claudio Signorile, qualche anno fa, aveva inventato una formula intelligente, disse ‘il socialismo è una civilizzazione, una cultura’, non ha più importanza che sia identificato in un partito, l’importanza è che resti la cultura e si sviluppi, si coltivi (ndr è questo d’altra parte lo spirito dell’appello de Il Lab che riproponiamo). Però qualche soggetto dovrebbe esserci, magari non uno solo.
Anche in vista delle elezioni europee i socialisti non trovano facile collocazione. Il Pd, ad esempio, non riesce a proiettare la sua esperienza. Lei, già molti anni fa, penso si dovessero superare i confini della tradizione socialista.
Ai miei tempi io cercavo una via che potesse allargare i confini della tradizione socialista e comprendere in una prospettiva, un contenitore (si direbbe oggi e la parola non mi piace), i laici, i socialisti ed offrire una sponda alla evoluzione del Pci. Craxi mi disse che una prospettiva tanto importante la si poteva sviluppare solo a livello internazionale. Fu lui a interrogare l’Internazionale Socialista, perchè valutasse l’ipotesi di trasformare l’internazionale socialista in internazionale democratica per aprirla ai democratici americani, alle forze progressiste nel mondo? L’eurosocialismo rispose no, non se ne fece nulla e Craxi rifluì anche in Italia sull’idea dell’ unità socialista con il PSDI subito con il PCI in un vago domani. Di tutto questo non c’è più traccia nella discussione attuale. Nel Pd questa prospettiva è stata sacrificata alla fusione con una parte minoritaria del vecchio mondo democristiano e anche questa fusione traballa. E’ giusto dire che anche il contesto è completamente diverso: allora laici e sinistra sfioravano il 50%, ora arrivano al 32 con i cattolici di sinistra. Dove sono finiti gli elettori socialisti? Evidentemente c’è una questione pregiudiziale che resta a fare da spartiacque. C’è un’ astuzia non della ragione ma della morale. Ieri la questione morale agitata dal PCI tributario di mani pulite ha abbattuto il PSI, oggi la questione morale vieta ai socialisti di ricongiungersi con gli ex comunisti. L’abbattimento totale del giustizialismo è una delle priorità per tornare a parlare alla comunità socialista e laica. Su questo muro sono andati a sbattere anche i socialisti, prima perchè ne sono stati vittime e poi perchè i tentativi di ripiantare il socialismo a sinistra sono falliti non riuscendo a riconquistare i loro elettori. Un problema diverso ma non minore c’è anche a destra. A destra gli ex socialisti sono costretti all’alleanza con ex fascisti e leghisti e devono coltivare la speranza diventare tutti popolari europei, insomma, di “morire democristiani”. Nel governo di centrodestra ci possono essere individualità notevoli come lo sono i ministri Tremonti, Sacconi, Brunetta e Frattini: hanno geni socialisti, ma sono singoli, non fanno gruppo, non fanno nemmeno tendenza. A destra un partito socialista non ci può stare. Ci può stare un capo ex socialista ma dev’essere un Mussolini, deve comandare tutta la nazione.
Si può immaginare un dopo-Berlusconi? Un suo delfino?
Se Berlusconi non si pone il problema adesso che ha tempo per riflettere e preparare il dopo se lo dovrà porre poi in fretta e furia. Se non fa nulla assisteremo ad una implosione del sistema che ha costruito.
fonte: http://ecodellavocedelsilenzio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=1999595
lunedì 25 agosto 2008
Lanfranco Turci per “Le nuove ragioni del socialismo”agosto 2008
Anche al netto della cinica utilizzazione della legge elettorale in chiave bipartitica, non vi è alcun dubbio che l’ipotesi di Costituente socialista come lancio di un Partito socialista a vocazione maggioritaria sia definitivamente naufragata il 13 e 14 aprile. Né il successivo congresso costitutivo del Ps è riuscito ad andare oltre una certa dialettica fra il continuismo del corpo burocratico del vecchio SDI(riconfermatosi maggioritario) e altre anime insofferenti del vecchio andazzo,più marcatamente autonomiste nei confronti del PD e innervate da una cultura liberalsocialista,quasi del tutto assente nello SDI degli ultimi anni e presente in modo erratico negli ex DS confluiti nel PD.Dunque siamo ancora a misurarci con il che fare,mentre l’avvicinarsi delle elezioni europee e amministrative fanno precipitare i tempi delle decisioni che non potranno essere assunte come se il PS fosse il robusto erede del vecchio PSI , ma dovranno guardare all’ intero arco terremotato della sinistra ed in particolare misurarsi con l’anomalia europea del PD e il suo evidente impasse attuale.Come e se il PD uscirà da questa situazione è l’interrogativo che condiziona l’azione di tutti i soggetti della sinistra :dal PS alla Sinistra Democratica,dai radicali e i liberaldemocratici fino all’ala revisionista dei comunisti e a quella più di governo degli ambientalisti.Il baricentro della crisi è dunque nel PD,che per un verso si è costituito come un partito non socialista,ma per l’altro impedisce la costituzione di un consistente partito del socialismo europeo..Di fronte a questo dilemma c’è una lettura che vede il PD come un edificio costruito contro la legge di gravità,perché privo di una cultura politica unificante.Da qui l’idea che l’assetto della sinistra italiana sia tutt’altro che stabilizzato e che la faglia che attraversa il PD possa fare emergere una ricomposizione delle forze riformiste di sinistra attorno a un progetto socialista ,auspicabilmente liberalsocialista, capace di coniugare in modo aggiornato libertà e giustizia sociale,merito e solidarietà,rinnovamento della politica e responsabilità.Se si pensa che questa crisi possa svilupparsi in tempi brevi e anche in modo traumatico (la collocazione nel Parlamento europeo?la scelte di politica bioetica?le politiche di modernizzazione della scuola e della P.A?le politiche del lavoro alla Ichino?il federalismo fiscale e la lotta alla politica clientelare?)allora si giustifica una netta collocazione all’esterno del PD,con l’obiettivo di accentuarne le contraddizioni e di sparigliare i suoi rapporti con l’UDC e con il governo attraverso un autonomismo corsaro e disinibito.Questa è la posizione sostenuta dalla mozione di minoranza del congresso di Montecatini.Una mozione consapevole delle limitate forze del PSe che perciò non ha mai proposto il PS come il baricentro,bensì come lievito e sollecitazione di questo processo.In coerenza con questa prospettiva le scelte elettorali non potrebbero che escludere una eventuale ospitalità nelle liste europee del PD,a meno di una sua esplicita opzione per il PSE.Così pure si dovrebbe optare per una piena libertà dal vincolo di alleanza col PD in quelle amministrazioni locali dove più si avverte il peso di gestioni inadeguate,o autoreferenziali o compromesse coi poteri forti del territorio privilegiando in alternativa alleanze e liste autonome con altre formazioni di sinistra e civiche locali, per tentare di modificare gli equilibri esistenti e indurre nuove dinamiche nello stesso PD.Esiste ovviamente una soluzione alternativa per i socialisti , se si pensa, legittimamente,che il PD sia tuttora una sorta di arcipelago mobile,il cui disegno è ancora in via di definizione,con una dinamica aperta in più direzioni:da un moderno partito di centro che guarda a sinistra fino a un partito a prevalenza e a direzione socialista.In quest’ottica si giustificherebbe una opzione strategica di adesione al PD,insieme ad altre forze di sinistra laiche e liberali ,con l’esplicito appello a una comune battaglia politica a tutte le componenti che nel PD non si accontentano della mitica Isidora di Veltroni,né della Cosa 3 cui sembra guardare D’Alema e neppure vogliono tornare al bipolarismo coatto cui anche lo SDI è rimasto troppo a lungo legato. In questa prospettiva le scelte elettorali del PS si dovrebbero orientare in altra direzione chiedendo l’ospitalità nelle liste europee del PD e accordi generalizzati con quel partito nelle amministrative.Questa sembra nei fatti essere proprio la direzione elettorale cui si sta orientando la maggioranza del PS. .Ma se davvero vuole seguire questa strada il PS dovrebbe dare una dignità strategica a questa scelta, andando oltre le ambiguità della mozione di maggioranza,che si è limitata a ribadire al recente congresso di Montecatini l’autonomia del PS,salvo proporne il ruolo di alleato speciale del PD,una volta che questi si sia liberato dei condizionamenti di Di Pietro.Troppo poco per definire una strategia e una vera ragion d’essere.Troppo poco per non pensare a una ennesima manovra di sopravvivenza,a una ennesima variante delle tattiche usate dallo SDI negli anni passati per contrattare lo spazio della sua piccola frazione di ceto politico-amministrativo, identificata sotto la bandiera socialista,ma rinunciataria sul piano delle idee e della strategia politica e perfettamente omologata alla prassi che ha alimentato l’antipolitica e le polemiche sulla “casta”.Chi intende scegliere questo corno del dilemma ha il dovere di esplicitarlo e di spiegare perché e a quali condizioni vale la pena di rimescolare le ultime carte socialiste nell’arcipelago PD,cercando dichiaratamente le affinità politico culturali e le condizioni statutarie e organizzative che consentano di spostare gli equilibri in quel partito e di giocarvi un vero ruolo politico.Insomma bisogna avere l’ambizione di investire politicamente le residue risorse socialiste in una direzione o in un’altra, senza indulgere alla tentazione di far sopravvivere il poco rimasto sotto il manto consolatorio del rimpianto per tempi che non torneranno mai più.
Iscriviti a:
Post (Atom)
